In data 5 aprile 2019, la Commissione europea ha notificato alle imprese BMW, Daimlere Volkswagen Group una comunicazione degli addebiti nella quale le imprese coinvolte vengono accusate di essersi accordate, dal 2006 al 2014, per restringere la concorrenza nel settore dello sviluppo di tecnologie per ridurre le emissioni nocive di benzina e diesel delle auto prodotte e vendute all’interno dello Spazio economico europeo.

L’invio della comunicazione degli addebiti costituisce un passo formale nelle indagini della Commissione sulle sospette violazioni delle norme antitrust dell’Unione, e fa seguito alle ispezioni svolte nell’ottobre 2017 presso le sedi di BMW, Daimler,Volkswagene Audiin Germania e il successivo avvio di un’indagine approfondita nel settembre 2018.

Le tecnologie oggetto di indagine da parte della Commissione sarebbero, in particolare, i sistemi di riduzione catalitica selettiva per ridurre le emissioni nocive di ossidi di azoto delle auto a diesel ed i filtri anti-particolato per ridurre le emissioni di particelle nocive dai gas di scarico delle auto a benzina ad iniezione diretta. Nel primo caso, le imprese si sarebbero accordate sulle strategie di dosaggio di urea nonché sulle dimensioni del serbatoio e sugli intervalli di ricarica, con l’intento di limitarne il consumo e, conseguentemente, la sua efficacia nella riduzione delle emissioni. Nel secondo caso, invece, esse si sarebbero accordate per evitare, o ritardare, l’introduzione delle nuove tecnologie all’interno dei loro nuovi modelli di auto a benzina ad iniezione diretta, tra il 2009 ed il 2014.

Tali condotte avrebbero limitato la concorrenza nel settore delle tecnologie anti-inquinamento, privando i consumatori dell’opportunità di acquistare auto meno inquinanti nonostante tali tecnologie fossero a disposizione delle imprese manifatturiere.

Le parti potranno ora esaminare i documenti nel fascicolo di indagine della Commissione, rispondere per iscritto e chiedere un’audizione orale per presentare le loro osservazioni sul caso davanti ai rappresentanti della Commissione e alle autorità nazionali garanti della concorrenza. Nel caso in cui le prove raccolte vengano ritenute sufficienti a provare l’esistenza di un’infrazione nonostante le difese presentate dalle imprese coinvolte, la Commissione potrà adottare una decisione che vieti il comportamento descritto ed infliggere un’ammenda fino al 10% del fatturato annuo mondiale delle imprese.