Con la sentenza n. 38 del 15 marzo 2013, la Corte Costituzionale si è nuovamente occupata della materia del commercio chiarendo, in occasione dell’impugnazione della legge provinciale di Bolzano n. 7 del 16.03.2012, la nozione di concorrenza e gli obiettivi perseguiti dalla d.l. 201/2011 (c.d. decreto Salva – Italia), convertito nella L.N. 214/2011.

Sotto il primo profilo, la Suprema Corte ha precisato che la portata del canone di concorrenza – di cui all’art. 117, secondo comma, lettera e), Cost. – “riflette quella operante in ambito comunitario e comprende: a) sia gli interventi regolatori che a titolo principale incidono sulla concorrenza, quali le misure legislative di tutela in senso proprio, che contrastano gli atti ed i comportamenti delle imprese che incidono negativamente sull’assetto concorrenziale dei mercati e che ne disciplinano le modalità di controllo, eventualmente anche di sanzione; b) sia le misure legislative di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a consolidarne l’apertura, eliminando barriere all’entrata, riducendo o eliminando vincoli al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della competizione tra imprese, rimuovendo cioè, in generale, i vincoli alle modalità di esercizio delle attività economiche”.

Quanto al secondo profilo, la Corte ha evidenziato che il d.l. 201/2011 ha introdotto nell’ordinamento il principio generale della libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio abolendo ogni forma di contingentamento, limitazione territoriale o vincoli di qualsiasi natura, ad eccezione di quelli imposti a tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali.

Ciò premesso, ribadendo che la tutela della concorrenza è di competenza esclusiva dello Stato, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle disposizioni della provincia di Bolzano che, da un lato, imponevano un vincolo alla libertà di iniziativa economica circoscrivendo la possibilità di apertura di nuovi esercizi commerciali di vendita al dettaglio, dall’altro lato, prescrivevano limiti di orari di apertura al pubblico. Misure contrastanti con il perseguimento e l’attuazione del principio di liberalizzazione e di promozione della concorrenza.