La recente sentenza n. 10128 del 9 maggio 2014 della Corte di Cassazione fornisce l’occasione per un aggiornato riesame circa problematiche inerenti al tema del trasferimento di un ramo d’azienda in particolar modo in relazione alla tutela dei lavoratori.

La Suprema Corte, partendo dall’assunto secondo cui non è possibile sostituire il debitore senza il consenso del creditore, evidenzia come, allo stesso modo, debba considerarsi inefficace la cessione del contratto di lavoro qualora il lavoratore, titolare di crediti nei confronti del datore di lavoro, non abbia prestato il consenso di cui agli artt. 1273 e 1406 c.c. Eccezione a tale principio rappresenta l’art. 2112 c.c. laddove prevede che in caso di trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario senza che il lavoratore debba fornire alcun consenso.

A tutela del lavoratore, sussiste, pertanto, l’interesse affinché vanga accertato o meno la sussistenza di un trasferimento di ramo d’azienda. A tal fine il succitato art. 2112 co. 5 c.c. definisce ramo d’azienda quella articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata. La sentenza in esame, riprendendo il precedente orientamento (Cass. 21711/2012 e n. 2766/2013), nonché le direttive comunitarie n. 98/50 e 2001/23, chiarisce come sia necessario che oggetto del trasferimento sia un’entità economica organizzata in modo stabile e preesistente al trasferimento. La stessa evidenzia come “il concetto di preesistenza debba ritenersi necessariamente riferito ad una articolazione funzionalmente autonoma dell’azienda, posto che qualunque lavorazione aziendale, per poter essere ceduta, non potrebbe che preesistere al negozio traslativo, essendone il necessario oggetto contrattuale”, anche e soprattutto alla luce della legge delega n. 30/2003.