In data 18 luglio 2019, la Commissione europea ha nuovamente sanzionato la compagnia statunitense Qualcomm per aver abusato della sua posizione dominante nel mercato dei chipset1 in violazione dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Già in passato l’impresa era stata sanzionata per aver impedito ai concorrenti di competere equamente sul mercato effettuando pagamenti significativi ad un cliente chiave a condizione che non acquistasse determinati prodotti da costoro2 .

In questo caso, la condotta contestata consisteva nell’aver praticato prezzi predatori nel mercato dei chipset in banda base. Per prezzi predatori (predatory pricing) si intende la strategia, di solito posta in essere da un’impresa dominante, volta ad eliminare od ostacolare i concorrenti tramite la fissazione di prezzi inferiori ai costi di produzione, in modo tale da poterli successivamente aumentare in condizioni di concorrenza ridotta ed ottenere così profitti più elevati. Questa pratica è vietata in quanto si presume che i prezzi fissati al di sotto dei costi variabili medi non abbiano altra logica economica se non quella di eliminare la concorrenza.

Queste pratiche tendono ad essere complesse e difficili da dimostrare; infatti, si tratta del primo caso che la Commissione ha deciso di perseguire negli ultimi 16 anni. Nel 2003, la Commissione aveva sanzionato la Wanadoo Interactive, una consociata di Télécom France, per abuso di posizione dominante sotto forma di prezzi predatori nei servizi di accesso ad internet basati su ADSL, pratica che aveva limitato il potenziale sviluppo dei concorrenti a scapito dei consumatori in un mercato chiave della società d’informazione3 . Tale decisione era stata confermata nel 2009 dalla Corte di Giustizia4 , che aveva rigettato l’appello presentato da Télécom France nei confronti di una precedente sentenza del Tribunale5 .

L’indagine della Commissione era stata avviata nel luglio 2015, e ad essa avevano fatto seguito le due Comunicazioni degli addebiti dell'8 dicembre 2015 e del 19 luglio 2018, nelle quali la Commissione aveva espresso le sue preoccupazioni. Durante le indagini, la Commissione aveva cercato di ottenere ulteriori informazioni da Qualcomm, prima tramite una lettera di richiesta nel gennaio 2017 e successivamente, data l'assenza di risposta, mediante una decisione formale del 31 marzo 2017. In data 13 giugno 2017, Qualcomm aveva presentato al Tribunale un ricorso per l’annullamento di tale decisione con domanda di sospensione o adozione di provvedimenti provvisori. Il ricorso era stato respinto dal Tribunale, che in data 9 aprile 2019 aveva confermato integralmente la decisione della Commissione6 . Contro la sentenza del Tribunale la Qualcomm aveva successivamente proposto un ricorso in appello alla Corte di Giustizia. 

Il mercato di riferimento preso in esame dalla Commissione è quello dei chipset conformi al sistema mobile universale di telecomunicazioni (Universal Mobile Telecommunications System) UMTS 7 , nel quale la Qualcomm, grazie alle sue ingenti quote di mercato8 e alle elevate barriere all'ingresso, risulta aver detenuto una posizione dominante tra il 2009 e il 2011. Una posizione dominante non è illegale per se ai sensi della normativa europea antitrust, a condizione che le imprese non ne abusino limitando la concorrenza. Nella fattispecie, dall’indagine della Commissione è emerso che la Qualcomm aveva venduto sottocosto determinate quantità di tre dei suoi chipset a Huawei e ZTE, due clienti strategici, con l'intenzione di eliminare il suo principale competitor, Icera, che all’epoca dei fatti stava consolidando la sua posizione nel mercato di riferimento. 

La natura mirata delle concessioni sui prezzi ha permesso a Qualcomm di massimizzare l'impatto negativo su Icera, minimizzando al tempo stesso l'effetto sui propri ricavi complessivi. Questo giudizio da parte della Commissione è suffragato dai numerosi elementi raccolti durante le indagini, che mostrano una coerente logica anticoncorrenziale complessiva volta ad impedire ad Icera di espandersi e rafforzare la propria presenza sul mercato.

Non essendovi prova di eventuali ragioni legittime che potessero giustificare tale pratica, la Commissione ha concluso che il comportamento di Qualcomm ha avuto un impatto negativo significativo sulla concorrenza, condannandola al pagamento di un’ammenda di circa 242 milioni di euro ed intimandole pro futuro di astenersi da tali pratiche o altre pratiche con effetto equivalente. L’ammenda, calcolata conformemente agli Orientamenti della Commissione9 , ha tenuto conto della durata e della gravità dell'infrazione. 

I casi di prezzi predatori non sono frequenti. In Italia, nel caso Diano/Tourist Ferry Boat-Caronte ShippingNavigazione Generale Italiana del 200210, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva condannato per abuso di posizione dominante nel settore del traghettamento di mezzi gommati e passeggeri attraverso lo Stretto di Messina, le imprese Tourist Ferry Boat Spa, Caronte Spa e Navigazione Generale Italiana Spa, le quali, a seguito dell’ingresso dell’impresa Diano nel mercato del servizio di traghettamento attraverso lo Stretto, avevano dato vita ad una politica di prezzi predatori volta ad ostacolare le attività del nuovo entrante. In tale occasione, l’AGCM aveva stabilito il test per determinare quando i prezzi potessero essere considerati predatori: “... a) se il prezzo è inferiore al costo incrementale medio di  breve periodo deve essere considerato di natura predatoria; b) se il prezzo è superiore al costo incrementale medio di lungo periodo non può essere considerato di per sé predatorio; c) se il prezzo è compreso tra i due costi, la valutazione dell’eventuale comportamento predatorio necessita di ulteriori elementi e dell’esame del contesto competitivo in cui esso si inserisce...”11 .

Inoltre, nel 2011, l’AGCM ha sanzionato Poste Italiane per avere abusato della propria posizione dominante12, attuando condotte tese a escludere i concorrenti dai mercati del servizio di recapito a data e ora certa e del servizio di notifica attraverso messo notificatore. Nella fattispecie, l’AGCM ha rilevato che Poste Italiane, a partire dal 2007, aveva sfruttato il proprio potere di mercato, detenuto nei servizi postali tradizionali e fondato, tra l’altro, sul possesso di una rete integrata, per entrare sia nel mercato del servizio di recapito “a data e ora certa” che in quello del servizio di notifica attraverso messo, applicando prezzi predatori, che non sarebbero stati praticabili dai concorrenti in quanto resi possibili dalla mancata imputazione di costi relativi all’utilizzo della rete già usata per il servizio universale.