La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 50 del 14 marzo 2014, si è pronunciata circa la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 3, commi 8 e 9, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 (Disposizioni in materia di federalismo Fiscale Municipale) avente ad oggetto l’applicazione di sanzioni al soggetto che abbia violato gli obblighi di registrazione del contratto di locazione.

In tale ipotesi, infatti, la norma, sostituendosi alla volontà dei contraenti, disponeva:

  1. la durata della locazione in quattro anni a decorrere dalla data di registrazione, volontaria o d’ufficio;
  2. l’applicazione della disciplina del rinnovo di quattro anni più quattro prevista dall’articolo 2 Legge 431/1998;
  3. la corresponsione di un canone annuo di locazione fissato in misura pari al triplo della rendita catastale, oltre l’adeguamento, del secondo anno, in base al 75 per cento dell’aumento degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di impiegati.

Ai sensi del comma 9 dello stesso articolo 3, tali disposizioni si applicavano anche nei casi in cui il contratto di locazione fosse registrato indicando un importo inferiore del canone rispetto a quello effettivo nonché nell’ipotesi di registrazione di un contratto di comodato fittizio.

La norma, invero, inserita in un più ampio contesto, volto a garantire autonomia finanziaria a comuni, province e regioni, prevedeva altresì l’introduzione della “cedolare secca” del canone di locazione di immobili ad uso abitativo e relative pertinenze, sostitutiva dell’IRPEF.

In particolare, la Legge n. 42/2009 ha delegato il Governo ad intervenire in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119, comma 5, della Costituzione con l’obiettivo di regolamentare i principi fondamentali del coordinamento della finanza pubblica, del sistema tributario e di autonomia finanziaria, incompatibile con la disposizione introdotta dai commi 8 e 9 dell’articolo 3 summenzionato che introduce elementi essenziali del contratto di locazione ad uso abitativo in ipotesi di ritardata registrazione.

Per tali motivi, la norma risulta violare gli artt. 70 e 76 della Costituzione per difetto di delega, essendo la stessa stata attribuita con chiari e precisi obiettivi rimasti disattesi dalla disposizione oggetto di censura.

La stessa, inoltre, contrasta con quanto disposto dalla citata legge delega, art. 2 comma 2, secondo cui il legislatore delegato deve attenersi ai principi sanciti dallo Statuto dei diritti del Contribuente.

L’articolo 10 della legge 212/2000, infatti, impone che “le violazioni di disposizioni di rilevo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto”. Ciò nonostante, la disposizione oggetto di censura, anche solo in ipotesi di ritardo nella registrazione, prevede la novazione dell’intero contratto voluto dalle parti, sostituendolo automaticamente ad altro differente per canone e per durata, che probabilmente il locatore non avrebbe sottoscritto a tali condizioni.

La sostituzione del canone convenzionale con altro determinato ex lege in misura irrisoria appare ingiustificatamente penalizzante per il locatore e premiale, invece, per il conduttore determinando una disparità di trattamento in aperta violazione degli artt. 3, 41, 42 e 53 della Costituzione nonché limitativa dell’autonomia contrattuale delle parti ex art. 1419 del codice civile.