Il provvedimento pubblicato lo scorso 15 maggio con cui l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha chiuso il procedimento avviato lo scorso 1 febbraio 2016 nei confronti dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), e poi esteso nei confronti di undici istituti bancari, per una presunta intesa anticoncorrenziale avente ad oggetto l’accordo interbancario per l’offerta del servizio denominato Sepa Compliant Electronic Database Alignment (SEDA) è forse un unicum nella recente casistica dell’AGCM: è stata infatti accertata l’esistenza di un’infrazione dell’articolo 101 TFUE, ma non è stata irrogata alcuna sanzione nei confronti dei soggetti indagati per la non gravità dell’infrazione.

Il procedimento era stato aperto (si veda la Newsletter dell’8 febbraio 2016) per verificare se fossero state poste in essere eventuali violazioni dell’art. 101 TFUE attraverso l’ideazione del modello di remunerazione del servizio SEDA definito dall’ABI nella circolare n. 14 del 10 giugno 2013 ed offerto dalle banche a partire dal 14 ottobre 2013, nonché un’attività di concertazione volta all’applicazione delle nuove commissioni anche alle preesistenti deleghe RID, con finalità anticompetitive tese a mantenere elevato il prezzo del servizio SEDA.

Giova ricordare che nella cornice delle direttive europee sui servizi di pagamento, il Regolamento n. 260/2012 (sui requisiti tecnici e commerciali per i bonifici e gli addebiti diretti) disciplina il Sepa Direct Debit (SEPA DD), ossia lo strumento di pagamento che consente al pagatore, tramite un mandato, di esprimere il consenso e l’autorizzazione nei confronti del beneficiario e della propria banca ad addebitare il proprio conto di pagamento per una somma corrispondente a quanto di volta in volta dovuto al proprio creditore/beneficiario. Il SEDA è un servizio aggiuntivo che può essere affiancato al SEPA DD e che consente ai beneficiari di inviare e ricevere informazioni relative all’autorizzazione all’addebito sottoscritta dal pagatore attraverso un “colloquio telematico” con il proprio prestatore di servizi di pagamento (l’istituto bancario), che a sua volta colloquia con l’istituto bancario del pagatore. A differenza del precedente sistema c.d. RID (Rapporti Interbancari Diretti, anche noto come “domiciliazione bancaria”), che prevedeva un’unica commissione interbancaria (MIF) fissata dall’ABI, il nuovo sistema di remunerazione prevede due commissioni, una relativa al SEPA DD, da corrispondere al proprio istituto bancario (c.d. “commissione d’incasso”) ed una da versare all’istituto bancario del pagatore relativa al servizio SEDA, in caso di adesione allo stesso. Tale seconda commissione, salvo diverso accordo tra il creditore e l’istituto bancario, corrisponde a quella massima fissata unilateralmente dall’istituto. In tale contesto, è degno di menzione il fatto che, sin dal 2009, l’ABI si era interfacciata con l’AGCM comunicando che stava studiando l’adozione del servizio opzionale aggiuntivo SEDA, comunicando nel 2013 la sua versione definitiva.

Ciò detto, sulla base delle risultanze istruttorie acquisite, l’AGCM ha rilevato che il sistema di elaborazione del modello di remunerazione SEDA è avvenuto nell’ambito di riunioni di due organi collegiali dell’ABI (il Gruppo Lavoro incassi ed il Comitato tecnico per i servizi di pagamento). Nella ricostruzione operata dall’AGCM, nel corso del 2012, in seno a tali organi si era deciso di concordare un sistema di remunerazione che, limitando la pressione concorrenziale, consentisse di applicare prezzi non aderenti ai costi e sganciati dalla pressione competitiva al fine di ottenere una maggiore remunerazione e recuperare ulteriori profitti in seguito all’azzeramento delle MIF sul nuovo servizio d’incasso SEPA DD. In altri termini, come sarebbe emerso chiaramente dai verbali delle riunioni di tali organi e da altre evidenze presenti nel fascicolo istruttorio, il sistema sarebbe stato così strutturato non per questioni tecniche ma per motivazioni di profittabilità del business e di opportunità di evitare il controllo dell’AGCM sul valore delle MIF stesse. L’obiettivo di restringere la concorrenza mediante un aumento generalizzato dei prezzi si sarebbe articolato quindi in (i) riunioni volte a concordare il superamento del modello MIF perché troppo poco remunerativo; (ii) riunioni volte a concordare i modelli di remunerazione del SEDA (in particolare definendo i soggetti coinvolti nel pagamento del prezzo); (iii) l’estensione delle modalità di applicazione delle commissioni SEDA anche ai vecchi mandati RID.

Inoltre, l’AGCM ha compiuto anche un’analisi degli effetti asseritamente prodotti dall’intesa sulla base delle evidenze agli atti: in particolare, sarebbe emerso (i) un complessivo aumento dei prezzi, sia sulla base di quanto lamentato dalle imprese fruitrici del servizio SEDA (che denunciavano aumenti da un minimo del 20% ad un massimo dell’80%) sia da osservazioni in merito ai possibili scenari controfattuali; nonché (ii) un effetto escludente verso le banche estere sul mercato del SEPA DD, come conseguenza del legame negoziale tra l’erogazione del servizio di pagamento SEPA DD e la riduzione dei canoni del servizio informativo SEDA.

Tuttavia, in relazione alle peculiarità del caso di specie, l’AGCM ha ritenuto di non comminare alcuna sanzione considerata sia la non gravità dell’infrazione, anche alla luce del contesto normativo e economico in cui le condotte si sono svolte, sia il fatto che nel corso del procedimento le parti hanno proposto un nuovo sistema di remunerazione del servizio (basato sull’applicazione di una MIF trimestrale su ogni mandato attivo) che, ove correttamente implementato dalle banche, consentirà di dimezzare l’attuale costo complessivo del SEDA, con vantaggi per le imprese che se ne servono e, in ultima analisi, dei consumatori clienti finali.