Nell’adunanza dell’11 maggio 2017 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha deliberato di concludere le due istruttorie, avviate nel mese di ottobre 2016, nei confronti di WhatsApp Inc.(WA) per potenziali violazioni del Codice del Consumo (CdC).

In particolare, i due procedimenti in commento avevano ad oggetto, da un lato, presunte pratiche commerciali scorrette in violazione degli artt. 20, 24 e 25 CdC per le modalità di acquisizione del consenso da parte dei propri utenti alle modifiche apportate (in data 25 agosto 2016) ai termini di utilizzo dell’applicazione WhatsApp Messanger (WAM) e, in particolare, alla possibilità per i consumatori di condividere i propri dati con Facebook. Inoltre, con il secondo procedimento, l’AGCM constatava la presenza di numerose clausole vessatorie nel modello contrattuale sottoposto all’uopo agli utenti per usufruire dell’applicazione.

Sul primo aspetto, occorre evidenziare preliminarmente che l’AGCM ha ritenuto che la condotta attraverso cui WA acquisiva il consenso dei propri utenti all’aggiornamento dei termini di utilizzo costituiva una pratica commerciale scorretta sul presupposto che i dati personali dei consumatori hanno valore economico. Sul punto, infatti, l’AGCM ha richiamato l’ormai consolidato orientamento della Commissione europea volto a riconoscere che “…i dati personali […] hanno un valore economico de facto e vengono venduti a terzi…”. L’AGCM ha quindi considerato l’impatto economico derivante dall’integrazione tra WA e Facebook in termini di “cross-platform communication”, con potenziali e diretti ricavi per Facebook (come evidenziato anche da WA), così confermando la rilevanza commerciale della pratica.

A tal riguardo, la condotta di WA è stata ritenuta una pratica commerciale aggressiva per il fatto che per coloro che erano già utenti alla data della modifica dei termini (25 agosto 2016) vi era la possibilità di accettarne “parzialmente” i contenuti, potendo decidere di non fornire l’assenso a condividere le informazioni del proprio account WA con Facebook e continuare ad usufruire comunque dell’applicazione WAM. Al contrario, i nuovi utenti, alla medesima data, sono stati di fatto indotti ad accettarne “integralmente” i contenuti, facendo loro credere che sarebbe stato, altrimenti, impossibile proseguire nell’uso dell’applicazione. Infatti, la condotta in esame è stata attuata attraverso una procedura in-app di accettazione dei nuovi termini caratterizzata dall’informazione sulla necessità di tale accettazione, entro 30 giorni, a pena di dover interrompere la fruizione del servizio.

L’altro procedimento istruttorio, avviato in relazione ad alcune clausole del modello contrattuale sottoposto all’accettazione dei consumatori per usufruire dell’applicazione WAM, si è concluso con l’accertamento della vessatorietà di alcune disposizioni, tra cui quella relativa alla legge applicabile al contratto (quella dello Stato della California), nonché quella del foro competente per la risoluzione delle controversie, quest’ultima ritenuta in violazione del Reg. (CE) Roma I, (n. 593 del 17 giugno 2008 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali) ed, in particolare, dell’art. 33 c. 2, lett. u) CdC a tenore del quale si presumono vessatorie tutte quelle clausole che, per oggetto o per effetto, hanno quello di stabilire come foro competente una sede diversa da quella in cui è ubicata la residenza o il domicilio del consumatore.

Le decisioni in commento confermano l’attenzione sempre maggiore dell’AGCM per l’impatto che possono avere sui consumatori le modalità con cui le piattaforme di comunicazione interagiscono con questi ultimi. Sicuramente ci saranno nuovi interventi dell’autorità volti a garantire il rispetto del CdC anche nel settore digitale.