In data 21 febbraio 2020 la Commissione Europea ha sanzionato il gruppo alberghiero spagnolo Meliá per aver posto in essere pratiche di geoblocking consistenti nell’inserire clausole restrittive nei contratti con i tour operator.

Il termine “geo-blocking” indica quelle azioni commerciali messe in atto dai venditori di una merce o di un servizio che discriminano i clienti online in base alla loro nazionalità, luogo di residenza o di stabilimento. In altre parole, il geoblocking ricomprende le pratiche in base alle quali i fornitori impediscono ai clienti e agli utenti di acquistare il bene o il  servizio online se si trovano in uno Stato Membro diverso da quello del fornitore, come ad esempio il re-indirizzamento automatico ad un altro sito web dello stesso o di un altro fornitore, con sede nello Stato Membro dell'utente, oppure il rifiuto di consegna o pagamento in base alla posizione o al luogo di residenza di quest’ultimo. Al fine di rimuovere i blocchi geografici ingiustificati nel settore dell’ecommerce, che limitano il commercio transfrontaliero e conducono ad una segmentazione geografica del mercato interno, dando vita a deficit di tutela dei consumatori, problematiche di diritto della concorrenza e dei diritti di proprietà intellettuale, l’Unione Europea ha adottato il Regolamento 2018/3021, che garantisce una maggiore tutela ed una più ampia possibilità di scelta ai consumatori.

Nel febbraio 2017, la Commissione aveva avviato un'indagine sugli accordi di sistemazione alberghiera conclusi dalla Meliá e dai quattro principali tour operator europei2 tra il 2014 e il 2015, al fine di valutare se contenessero clausole che discriminavano tra i clienti in base alla loro nazionalità o paese di residenza3. Benché, infatti, la Commissione accolga con favore gli operatori alberghieri che applicano tariffe innovative per massimizzare l'utilizzo della loro capacità, una distinzione tra i clienti in base al luogo di residenza o di nazionalità potrebbe violare l'articolo 101 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea (TFUE). 

Ad esito dell’indagine, la Commissione ha accertato che la Meliá aveva concluso un ingente numero di accordi che impedivano ai consumatori di prenotare sistemazioni alberghiere alle migliori condizioni offerte nei diversi Stati Membri. Più particolarmente, tra le condizioni stabilite dalla Meliá, vi era una clausola in base alla quale i contratti alberghieri erano validi solo per le prenotazioni dei consumatori residenti in determinati Paesi. La Meliá, pertanto, aveva indebitamente limitato la capacità  dei tour operator di commercializzare liberamente le sistemazioni alberghiere in tutti i paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE) e di rispondere alle richieste dei consumatori residenti al di fuori di quelli prestabiliti. In questo modo, i consumatori erano stati privati di uno dei principali vantaggi del mercato unico, ossia la possibilità di una maggiore scelta e di concludere gli acquisti economicamente più convenienti.

La Commissione ha inflitto alla Meliá un’ammenda pari a circa 6.7 milioni di euro. Nel quantificare la sanzione, la Commissione ha tenuto conto del valore delle vendite dei beni e servizi oggetto dell'infrazione, della gravità di quest’ultima e della sua durata4. Inoltre, essa ha anche tenuto conto del fatto che la Meliá ha collaborato al di là di quanto imposto dalla legge, riconoscendo le violazioni a lei ascritte e fornendone la prova. Ciò che si è tradotto in una riduzione dell'ammenda pari al 30%. 

Rimane da vedere se i consumatori pregiudicati perseguiranno la Meliá dinanzi ai tribunali nazionali per chiedere il risarcimento del danno. Secondo quanto stabilito dal Regolamento 1/2003 e dalla Direttiva 2014/1045, infatti, nei procedimenti dinanzi ai giudici nazionali le decisioni della Commissione costituiscono prova vincolante del fatto che una condotta è stata posta in essere in violazione delle norme antitrust6.