Con la sentenza del 25 settembre 2014, n. 20194, la Corte di Cassazione, sezione VI civile, e’ tornata sul tema della legittimità della tassa sui telefonini, ribadendo – in conformità ai principi gia’ espressi dalle stessa Corte, a Sezioni Unite, nella sentenza n. 9565/14 – la liceità della stessa sugli abbonamenti ai servizi di telefonia cellulare alla stregua del combinato disposto dell’articolo 21 della Tariffa allegata al Decreto del Presidente della Repubblica n. 641, n. 2 (nel testo attuale, che riproduce il contenuto della voce 131 della stessa Tariffa, introdotta dal Decreto Legge n. 151 del 1991, articolo 3 e successivamente abrogata), del Decreto Ministeriale n. 33 del 1990, articolo 3 e Decreto Legislativo n. 259 del 2003, articolo 160, come autenticamente interpretato dal Decreto Legge n. 4 del 2014, articolo 2, comma 4, e riaffermando la soggezione dei comuni alla suddetta tassa.

La Corte di Cassazione ha chiarito che la stessa Corte di giustizia ha avuto modo di affermare che nessuna delle direttive europee in materia di comunicazione elettronica pone limiti l’adozione di una norma nazionale che assoggetti a prelievo fiscale la mera stipula del contratto di abbonamento tra il gestore e l’utente finale, in quanto dette direttive si occupano delle reti, non del singolo contratto di utenza.

Da un lato, infatti, chi offe il servizio di telefonia all’utente finale non e’ necessariamente il fornitore della rete, ma puo’ essere anche un soggetto diverso; dall’altro, la tassa sulle concessioni governative ha per presupposto l’impiego del telefono, non la fornitura del servizio.

La Corte di Cassazione ribadisce che, in definitiva, secondo la Corte di Lussemburgo, il quadro normativo comunitario sopra ricordato non osta ad una norma nazionale che preveda un tributo come la tassa di concessione governativa (si vede al riguardo, Corte giust. 15.12.2010, in causa C-492109, Agricola Esposito; sostanzialmente nello stesso senso, ma con riferimento ad una accisa imposta dalla legislazione maltese, Corte giust. 27.6.2013, in causa C-71/12, Vodafone Malta; da ultimo, Corte giust. 12.12.2013, in causa C-335/13 Umbra Packaging srl).

Per la Corte di Cassazione, la sentenza da ultimo menzionata appare particolarmente rilevante per escludere il dubbio che la tassa di concessone governativa sugli abbonamenti ai servizi di telefonia mobile, quale risultante dalla norma interpretativa dettata dal Decreto Legge n. 4 del 2014, possa essere giudicata incompatibile con il diritto europeo. La Suprema Corte evidenzia che, con tale sentenza, la Corte di Lussemburgo, chiamata a pronunciarsi sulla seguente questione pregiudiziale, sollevate dalla Commissione Tributaria Regionale dell’Umbria – “1) Se il Decreto Legislativo n. 259 del 2003, articolo 160, da cui insorge la tassa di concessione governativa secondo la tariffa del Decreto del Presidente della Repubblica n. 641 del 1972, articolo 21, sia conforme all’articolo 3 della direttiva “autorizzazioni” che esclude nel regime liberalizzato delle comunicazioni la potesta’ di controllo dell’autorita’ amministrativa da cui trae giustificazione il prelievo sull’utente del servizio – ha affermato che l’articolo 3 della “direttiva autorizzazioni” non osta ad una normativa come quella relativa alla tassa di concessione governativa, in quanto tale direttiva si applica alle autorizzazioni per la fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica, mentre la tassa di concessione governativa, in quanto tassa sull’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione, non ha, come base imponibile, la fornitura di reti e di servizi di comunicazione elettronica; con la precisazione che l’uso privato di un servizio di telefonia mobile da parte di un abbonato non presuppone la fornitura di una rete o di un servizio di comunicazione elettronica, ai sensi della “direttiva autorizzazioni”.

Per la Corte di Cassazione, la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo appare dunque, in conclusione, solidamente orientata nel senso di escludere che la disciplina europea dei servizi di comunicazione elettronica contenga prescrizioni incompatibili con una norma interna che imponga un tributo a carico degli utenti dei servizi di telefonia cellulare.

Una riprova di tale affermazione e’ rinvenibile per la Corte di Cassazione, a contrariis, nella citata sentenza 27.6.2013, in causa C-71/12, Vodafone Malta, nella quale si precisa che un tributo imposto agli operatori che forniscono servizi di telefonia mobile corrispondente ad una percentuale dei pagamenti che essi ricevono dagli utenti di detti servizi non osta alla disciplina dettata dalla direttiva 2002/20/CE “a condizione che il fatto generatore non sia collegato alla procedura di autorizzazione generale che consente di accedere al mercato dei servizi di comunicazioni elettroniche, ma sia collegato all’uso dei servizi di telefonia mobile forniti dagli operatori e che esso ricada in definitiva sull’utente ditali servizi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare“.