Con una sentenza recentemente pubblicata, qui in commento, il Tribunale di Milano si pronuncia su un caso che ha visto fronteggiarsi la società di marketing online Competence S.r.l. (Competence) e il colosso informatico Facebook.

I fatti: Competence aveva realizzato nel 2012 un’applicazione per telefoni mobili (Facearound) destinata a operare sulla piattaforma Facebook, che consentiva, sulla base di un algoritmo, di combinare una serie di dati presenti su profili degli utenti di Facebook e visualizzare su una mappa gli esercizi commerciali più prossimi all’utente. Le informazioni fornite da Facearound, elaborate tutte su informazioni provenienti da Facebook, comprendevano anche le offerte e il gradimento espresso nei confronti degli esercizi commerciali dalla c.d. “community Facebook” dell’utente.

A distanza di pochi mesi dal lancio di Facearound sul famoso social network, Facebook ha lanciato una propria applicazione denominata Nearby Place (Nearby), basata sullo stesso concept e che replicava le funzionalità di Facearound, modificandone la presentazione grafica.

Secondo il Collegio del Tribunale, il lancio di Nearby in così breve tempo è stato possibile in virtù dell’accesso privilegiato da parte di Facebook all’applicazione Facearound, consentito dal fatto che le applicazioni destinate ad operare su Facebook sono soggette ad un collaudo preventivo attraverso cui Facebook valida la conformità delle applicazioni alle sue policy.

Questo contatto qualificato con l’applicazione del concorrente avrebbe consentito a Facebook di “studiare” Facearound e riprodurne le funzionalità in violazione del diritto esclusivo dell’autore Competence di autorizzare qualsiasi adattamento o modifica della propria opera, anche in mancanza di accesso da parte di Facebook al codice sorgente del software. Inoltre, la condotta di Facebook si caratterizzerebbe in termini di concorrenza sleale per avere Facebook “parassitariamente” approfittato degli investimenti altrui per la creazione di un’opera di rilevante valore economico. Il free riding di Facebook sarebbe consistito nell’appropriarsi dei risultati dell’attività di ricerca di Competence, abusando del contatto generato dal test di verifica che Facebook esegue sulle applicazioni. Un “contatto sociale qualificato” dal quale scaturirebbe un dovere di correttezza e buona fede rafforzato per le parti.

La decisione, per quanto chiaramente ispirata da obiettivi di giustizia concreta e apprezzabile per i profili relativi alla concorrenza sleale, rischia, tuttavia, di rivelarsi in contrasto con gli obiettivi di policy della tutela autoriale del software perseguiti dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sua giurisprudenza, che privilegiano i lineamenti di un mercato che consenta ai consumatori di beneficiare del più alto livello possibile di prodotti innovativi e concorrenti, circoscrivendo l’estensione della tutela.

La Corte di Giustizia ha più volte sottolineato nei leading case rilevanti (BSA, C-393/09, e SAS, C-406/2010) che la tutela dei programmi per elaboratore mediante diritto d’autore concerne soltanto l’espressione individuale dell’opera e offre spazio sufficiente per permettere ad altri autori di creare programmi simili, purché si astengano dal copiare.