Il Tribunale dell’Unione Europea (Tribunale) è di recente tornato a pronunciarsi sulla natura di restrizione anticoncorrenziale per oggetto (ossia, di infrazioni che non presuppongono un’analisi degli effetti prodotti sul mercato) in relazione ad un caso di scambio di informazioni commercialmente sensibili tra concorrenti, confermando la linea dura da tempo ormai seguita dall’autorità antitrust europea.

Con le due sentenze rese lo scorso 15 dicembre (cause T-758/14 e T-762/14) il Tribunale ha infatti respinto i ricorsi presentati da Philips e Infineon avverso la decisione della Commissione europea (Commissione) di sanzionare, per un totale di circa EUR 138 milioni, quattro società (ossia Philips, Infineon, Samsung e Renesas) per aver coordinato, dal 2003 al 2005, il loro comportamento sul mercato delle smart chip per carte nello Spazio Economico Europeo (SEE). Tale coordinamento, secondo quanto accertato dalla Commissione, sarebbe stato realizzato tramite una rete di contatti bilaterali e di scambi di informazioni commercialmente sensibili, in particolare sui prezzi, la capacità produttiva e le future condotte sul mercato.

Il Tribunale ha in primo luogo ritenuto lecita la decisione della Commissione di interrompere le negoziazioni avviate con Philips, Renesas e Samsung in vista di una transazione (settlement), sottolineando come quest’ultima goda di un notevole margine di discrezionalità nel decidere di avviare ed eventualmente interrompere il procedimento di settlement, senza che l’eventuale fallimento di questo possa comportare una “non obiettiva” valutazione dei fatti e degli argomenti delle parti ad opera della Commissione.

Il Tribunale ha altresì respinto la censura in merito all’insussistenza di un’intesa anticoncorrenziale, posto che, come ritenuto dalla Commissione, uno scambio di informazioni vertente in particolare sui prezzi e diretto a rallentare la diminuzione di questi nel mercato deve ritenersi, in considerazione del contesto economico e giuridico del mercato in cui si inserisce, anticoncorrenziale per il suo stesso oggetto, senza che sia necessario analizzare gli effetti prodotti sul mercato rilevante. E ciò, secondo il Tribunale, varrebbe – a dire il vero con un ragionamento non particolarmente convincente – altresì nell’ipotesi in cui le informazioni scambiate si rivelino di fatto inesatte, in quanto trasmesse da un’impresa al solo scopo di “fuorviare” i propri concorrenti, dal momento che tale scambio è in ogni caso idoneo ad influenzare il comportamento degli operatori sul mercato.

La natura di intesa anticoncorrenziale unica e continuata è stata poi confermata dal Tribunale nonostante le censure mosse da Philips e Infineon in merito all’impossibilità di ravvisare un’unica finalità collusiva con riferimento ai diversi contatti bilaterali intercorsi tra le società coinvolte. Sotto tale profilo, il Tribunale ha difatti ritenuto le comuni caratteristiche dei contatti intercorsi tra concorrenti, la loro vicinanza nel tempo e l’identità delle persone partecipanti elementi idonei a confermare il legame di tali singoli contatti e la loro unica e medesima finalità collusiva. Peraltro, il Tribunale ha confermato la decisione della Commissione di ritenere Infineon responsabile dell’infrazione non nel suo complesso, ma nella misura in cui ha avuto contatti illeciti con la Samsung e con la Renesas.

Infine, quanto alla contestazione mossa da Philips e Infineon in merito all’inattendibilità delle prove fornite dalla Samsung nell’ambito della richiesta di trattamento favorevole avanzata a seguito del fallito tentativo di settlement, il Tribunale ha riconosciuto come, sebbene sia necessario esaminare le prove fornite dalle imprese in occasione di una domanda di clemenza con una certa cautela, il fatto che un’impresa offra la propria collaborazione alla Commissione al fine di ottenere una riduzione dell’ammenda non può necessariamente comportare un incentivo a presentare elementi probatori falsi o illecitamente modificati. Peraltro, il fatto che tali informazioni siano state fornite all’esito di un tentativo di settlement fallito anziché spontaneamente dall’impresa non può conferire a tali informazioni alcun valore probatorio inferiore.

Il Tribunale ha peraltro rilevato talune irregolarità procedimentali – come ad esempio la concessione di un termine di soli cinque giorni eccessivamente ridotto ad Infineon per replicare ad una lettera inviata dalla Commissione. Tuttavia, poiché non è stato dimostrato che la decisione impugnata sarebbe stata diversa, il Tribunale non ha ritenuto tali irregolarità motivi sufficienti per disporre l’annullamento della decisione della Commissione.