Con sentenza n. 18727/2019 il Tribunale delle Imprese di Roma, ha condannato la piattaforma Vid.me, riconducibile alla società statunitense Bit Kitchen Inc., per la pubblicazione illecita di contenuti audiovisivi estratti dai celebri programmi televisivi di Reti Televisive Italiane s.p.a..

Il provvedimento, in linea con l’orientamento ormai consolidato del Tribunale delle Imprese di Roma, ha accolto le domande proposte da Reti Televisive Italiane s.p.a. condannando l’azienda americana al risarcimento di un danno di Euro 1.765.995,00 (di cui Euro 1.605.450,00 per il danno patrimoniale e Euro 160.545,00 per il danno non patrimoniale), e riaffermando principi già ribaditi nelle ultimissime pronunce della medesima Corte romana in materia (RTI/VIMEO, RTI/FACEBOOK, RTI/DAILYMOTION).

In piena aderenza ai principi statuiti dalla recentissima sentenza n. 7708/2009 della Corte di Cassazione (sul caso RTI c Yahoo!), il Tribunale si è soffermato sul tema dei limiti della responsabilità dell’Internet Service provider nell’attuale sistema normativo, come delineato nel decreto legislativo 9 aprile 2003 n. 70, attuativo della direttiva 31/2000/CE, oggetto di interpretazione da parte della giurisprudenza comunitaria nonché nazionale: “nella recente pronuncia, che si richiama in quanto condivisibile, la Corte di Cassazione ha ricostruito in modo sistematico l’inquadramento normativo dei “servizi della società dell'informazione” (art. 2, lett. a, della direttiva 2000/31/CE) illustrando come in essi fossero individuate e distinte le attività svolte dai c.d. provider, ovvero i servizi prestati normalmente dietro retribuzione, a distanza, mediante attrezzature elettroniche di trattamento e di memorizzazione di dati ed a richiesta individuale di un destinatario e finalizzati ad organizzare l'offerta ai propri utenti dell'accesso alla rete internet e dei servizi connessi all'utilizzo di essa”.

In particolare:

- sulla presenza di “indici di interferenza”, da parte del provider, sui contenuti illecitamente pubblicati, che permettono di qualificarlo come “attivo”: “da accertare in concreto da parte del giudice del merito: tali indici sarebbero costituiti dallo svolgimento di attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, aggregazione, valutazione, uso, modifica, estrazione o promozione dei contenuti, operate mediante una gestione imprenditoriale del servizio, come pure l'adozione di una tecnica di valutazione comportamentale degli utenti per aumentarne la fidelizzazione: condotte che abbiano, in sostanza, l'effetto di completare ed arricchire in modo non passivo la fruizione dei contenuti da parte di utenti indeterminati”;

- sulla responsabilità del provider attivo che decorre dalla data del caricamento e prescinde dalla ricezione della diffida: “non è neppure necessario soffermarsi in questa sede sulla completezza della diffida ovvero sulla idoneità di essa a consentire la compiuta individuazione da parte del destinatario dei video da rimuovere, dato che, nel caso di specie, per quanto sopra detto, l’attività del prestatore è da qualificare come di hosting attivo, sicché deve ritenersi la conoscenza dell’illiceità dei contenuti da parte del gestore del Portale prescindendo dalla comunicazione di essa da parte del danneggiato”;

- sul parametro del cd. prezzo del consenso: “il criterio della determinazione del valore delle royalties in ipotesi dovute da parte della convenuta in favore della attrice, qualora fosse stato richiesto ed ottenuto il consenso alla pubblicazione; la stima del prezzo del consenso è stata operata dal CTU tenendo conto del prezzo di mercato, quest’ultimo desumibile dall’esito delle negoziazioni intervenute nel periodo di riferimento tra l’attrice ed altri operatori nel settore della comunicazione; è, quindi, pervenuto alla determinazione congrua del prezzo per minuto nella misura di euro 730;

- sul riconoscimento del danno morale: “si ritiene, altresì fondata la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, segnatamente di natura morale, in quanto derivante da condotta sussumibile nella fattispecie di reato prevista e punita dall’art. 171 ter LdA, ascrivibile alle persone fisiche che abbiano operato per la convenuta, della quale quest’ultima è da ritenere civilmente responsabile: anche sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’illiceità della condotta da parte dei responsabili di essa può infatti sicuramente ritenersi con certezza quanto meno dopo la ricezione della diffida; ai fini della liquidazione del danno si ritiene equo quantificare lo stesso nella misura del 10% (euro 160.545) del danno patrimoniale liquidato data la natura della lesione e tenuto conto del tempo di protrazione della condotta, fino alla chiusura del portale”.

La Corte di Giustizia ridefinisce gli obblighi di stay down degli hosting provider: Facebook deve rimuovere tutti i contenuti illeciti “identici” ed “equivalenti” indipendentemente dall’identità dell’autore della violazione e su scala mondiale.

Con sentenza del 3 ottobre 2019, la CGUE ha deciso la causa C-18/18 (avevamo già dato atto del parere dell’Avvocato Generale qui).

I FATTI

Il 3 aprile 2016, un utente di Facebook ha condiviso, sulla sua pagina personale, un articolo della rivista di informazione austriaca online oe24.at intitolato «I Verdi: a favore del mantenimento di un reddito minimo per i rifugiati», una fotografia della sig.ra Glawischnig-Piesczek presidente del gruppo parlamentare «die Grünen» (i Verdi) e un commento redatto in termini che il giudice del rinvio ha dichiarato idonei a ledere l’onore della ricorrente nel procedimento principale («brutta traditrice del popolo», «imbecille corrotta»).

Nonostante la richiesta di rimozione da parte della diretta interessata, Facebook ometteva di rimuovere il commento.

A seguito di azione giudiziaria, la sig.ra Glawischnig otteneva un ordine inibitorio del seguente tenore: “cessare immediatamente e fino alla chiusura definitiva del procedimento relativo all’azione inibitoria, la pubblicazione e/o la diffusione di fotografie della ricorrente nel procedimento principale, qualora il messaggio di accompagnamento contenesse le stesse affermazioni o affermazioni di contenuto equivalente a quello del commento” pubblicato.

LE QUESTIONI PREGIUDIZIALI

La Suprema Corte austriaca –anche in considerazione della diffusione a livello globale dell’attività del noto social network- ha sottoposto alla CGUE le seguenti questioni pregiudiziali:

  1. Se l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva [2000/31] osti in generale a uno degli obblighi sotto descritti imposti a un host provider, che non abbia rimosso tempestivamente informazioni illecite, in particolare all’obbligo di rimuovere, non soltanto le suddette informazioni illecite ai sensi dell’articolo 14, paragrafo 1, lettera a), della [suddetta] direttiva, ma anche altre informazioni identiche:

– a livello mondiale;

– nello Stato membro interessato;

– dell’utente interessato a livello mondiale;

– dell’utente interessato nello Stato membro interessato.

2)            In caso di risposta negativa alla prima questione: se ciò valga rispettivamente anche per informazioni dal contenuto equivalente;

3)            Se ciò valga anche per informazioni dal contenuto equivalente, non appena il gestore sia venuto a conoscenza di tale circostanza”.

LE MOTIVAZIONI DELLA CGUE

La CGUE ha anzitutto considerato che come emerge dal considerando 47della direttiva in parola, il divieto di imporre obblighi generali di sorveglianza non riguarda gli obblighi di sorveglianza «in casi specifici» (punto 37, sentenza).

Inoltre un prestatore di servizi di hosting può essere destinatario di ingiunzioni “anche nell’ipotesi in cui non sia considerato responsabile” (punto 25, sentenza).

In base a quanto disposto dall’articolo 18 della direttiva 2000/31, paragrafo 1, le Autorità degli Stati membri devono “prendere rapidamente provvedimenti, anche provvisori, atti a porre fine alle violazioni e a impedire ulteriori danni agli interessi in causa” (punto 26, sentenza).

Il considerando 52 della direttiva in parola precisa che “la peculiarità derivante dal fatto che i danni che possono verificarsi nell’ambito dei servizi della società dell’informazione sono caratterizzati sia dalla loro rapidità che dalla loro estensione geografica” (punto 28, sentenza).

Rileva infine che i provvedimenti inibitori de quibus sono espressamente preordinati a porre fine “a «qualsiasi» presunta violazione o a impedire «qualsiasi» ulteriore danno agli interessi in causa, in linea di principio, non si può presumere alcuna limitazione alla loro portata ai fini della loro attuazione” (punto 30, sentenza).

LA DECISIONE

Sulla base di tali valutazioni la CGUE ha stabilito che “al fine di poter ottenere dal prestatore di servizi di hosting di cui trattasi che egli impedisca qualsiasi ulteriore danno agli interessi in causa, è legittimo che il giudice competente possa esigere da tale prestatore di servizi di hosting di bloccare l’accesso alle informazioni memorizzate, il cui contenuto sia identico a quello precedentemente dichiarato illecito, o di rimuovere tali informazioni, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione delle medesime.

Il giudice competente potrà altresì ordinare a un prestatore di servizi di hosting di rimuovere le informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia equivalente a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita.

Quanto al concetto di “equivalenza” delle informazioni illecite la CGUE chiarisce che “l’illiceità del contenuto di un’informazione non è di per sé il risultato dell’uso di alcuni termini, combinati in un certo modo, ma del fatto che il messaggio veicolato da tale contenuto è qualificato come illecito, trattandosi, come nel caso di specie, di dichiarazioni diffamatorie aventi ad oggetto una determinata persona”.

Ne consegue che, affinché un’ingiunzione volta a fare cessare un atto illecito e ad impedire il suo reiterarsi nonché ogni ulteriore danno agli interessi in causa possa effettivamente realizzare siffatti obiettivi, detta ingiunzione deve potersi estendere alle informazioni il cui contenuto, pur veicolando sostanzialmente lo stesso messaggio, sia formulato in modo leggermente diverso, a causa DELLE PAROLE UTILIZZATE o della LORO COMBINAZIONE, rispetto all’informazione il cui contenuto sia stato dichiarato illecito” (punto 41).

A tal fine l’ordine inibitorio deve contenere “elementi specifici debitamente individuati dall’autore dell’ingiunzione, quali il NOME DELLA PERSONA interessata dalla violazione precedentemente accertata, le CIRCOSTANZE in cui è stata accertata tale violazione nonché un contenuto equivalente a quello dichiarato illecito” (punto 45).

CONCLUSIONI

I fornitori di servizi di hosting possono essere destinatari di ordini inibitori che non siano limitati alla rimozione di un’informazione illecita ma che abbia l’effetto di obbligare l’operatore a ricercare e rimuovere tutti i contenuti “identici” a quello qualificato illecito nonché tutti i contenuti “equivalenti”, che riproducano nella sostanza il contenuto qualificato illecito, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione delle medesime.

L’equivalenza può derivare anche dalla combinazione di PAROLE il cui significato diverga “leggermente” da quello iniziale. L’autore dell’ordine deve però indicare “elementi specifici” che possano essere utilizzati dal provider nella identificazione delle informazioni da rimuovere, quali il nome della persona interessata dalla violazione precedentemente accertata, le circostanze in cui è stata accertata tale violazione nonché un contenuto equivalente a quello dichiarato illecito.

Sul tema si era già espressa la Corte di Cassazione italiana con la nota sentenza n. 7708/2009 (sul caso RTI c Yahoo!), imponendo in capo a Yahoo! Italia “un obbligo di astenersi di pubblicare contenuti illeciti dello stesso tipo di quelli già riscontrati come violativi dell'altrui diritto”.

In termini è anche l’art. 17, paragrafo 4, lettera c) della recentissima direttiva 2019/790 che impone ai prestatori di servizi di condivisione di contenuti l’obbligo di dimostrare (per andare esenti da responsabilità) di “aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione sufficientemente motivata dai titolari dei diritti, per disabilitare l'accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro”.

Corte di Giustizia UE (causa C-263/18): si torna sul tema della differenza tra diritto di distribuzione e diritto di comunicazione al pubblico di opere protette.

Attraverso le proprie conclusioni presentate lo scorso 10 settembre, relative alla causa C-263/18 pendente davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, l’Avv. Generale Szpunar ha analizzato il tema della differenza fra diritto di distribuzione ed diritto di comunicazione al pubblico nell’ambito del diritto d’autore.

In particolare, il tema affrontato verte attorno all’ampiezza della regola dell’esaurimento del diritto di distribuzione, nel mondo attuale delle copie virtuali delle opere letterarie protette.

La controversia, che vede quali promotrici dell’azione due associazioni olandesi aventi ad oggetto la difesa degli interessi degli editori, nasce al fine di contrastare l’attività posta in essere dalla società “Tom Kabinet”, la quale offre un marketplace online per libri elettronici di seconda mano.

Alla CGUE è stato quindi chiesto se la fornitura agli utenti delle opere protette mediante download da Internet debba essere considerata compresa nel diritto di distribuzione, con la conseguenza che tale diritto si esaurisce con la fornitura “originale” fatta con il consenso dell’autore, se non dall’autore medesimo: tale discrimine non è immediato, in quanto la suddetta modalità di circolazione online delle opere, combina entrambe le forme di accesso del pubblico.

Come noto, il diritto alla distribuzione ed il diritto di comunicazione al pubblico sono disciplinati, rispettivamente dagli artt. 3 e 4 della Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

Dalla lettura dei suddetti articoli secondo le linee guida fornite dai Considerando 24, 25, 28 e 29 della Direttiva 29/2001, l’Avvocato osserva come, a suo avviso, il legislatore europeo abbia chiaramente voluto definire una linea di demarcazione fra i due diritti, intendendo con comunicazione al pubblico “qualsiasi forma di sfruttamento delle opere online, sia quelle che non sono connesse a una copia, sia a quelle che si basano sulla creazione di una siffatta copia”, e limitando la nozione di “diritto di distribuzione” e relativa caratteristica dell’esaurimento, applicabile alle condotte che prevedono la creazione di copie su supporti tangibili: difatti, continua l’Avvocato Generale, il concetto di distribuzione “implica il trasferimento della proprietà dell’esemplare dell’opera in questione, attraverso la vendita o altro mezzo” e osserva come non si possa parlare di “proprietà” in senso stretto nel caso di file digitale, il quale può “essere assimilato ad informazione pura” e quindi tutelato “da differenti diritti, ma non dal diritto di proprietà”.

L’Avvocato Generale conclude sostenendo che, seppur “il possesso permanente della copia di una simile opera d’arte da parte dell’utente dimostra la somiglianza di tale modalità di fornitura con la distribuzione di copie tangibili”, tuttavia, tenendo conto in particolare degli argomenti contenuti nei Considerando da 36 a 49 della Direttiva 29/2001 che rendono chiara la volontà del legislatore di far rientrare lo scaricamento da Internet nel diritto di comunicazione al pubblico e di limitare l’ampiezza dell’applicabilità del diritto di distribuzione.

Pertanto, l’avvocato Generale conclude affermando che “gli articoli 3, paragrafo 1, e 4 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione devono essere interpretati nel senso che la fornitura di libri elettronici mediante scaricamento online per uso permanente non rientra nell’ambito di applicazione del diritto di distribuzione ai sensi dell’articolo 4 di tale direttiva, bensì in quello del diritto di comunicazione al pubblico ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della medesima direttiva”.