BREXIT È DESTINATA AD INCIDERE IN MODO SIGNIFICATIVO ANCHE SUI SERVIZI DI GIOCO E SCOMMESSA, PER RAGIONI ECONOMICHE E DI FATTO OLTRE CHE GIURIDICHE.

In Europa, le maggiori multinazionali del gioco nascono e sono stabilite nel Regno Unito (William Hill, Ladbrokes, Coral, Stanleybet, etc.), mentre un numero molto elevato di imprese di gioco on-line di seconda fascia è collocato a Gibilterra che, pur non facendo pare del Regno Unito in senso costituzionale, vi rientra per l’ordinamento dell’Unione mantenendo un regime fiscale molto favorevole. I grandi bookmakers britannici offrono i loro servizi, sia on-line che off-line, nella maggior parte degli Stati Membri, sia con filiali proprie, che in modalità transfrontaliera. I bookmakers on-line residenti a Gibilterra offrono anch’essi i loro servizi ovunque nell’Unione. L’industria britannica del gioco rappresenta decine di migliaia di posti di lavoro e miliardi di Euro di fatturato.

Ad esito del negoziato Brexit il Regno Unito potrà conservare l’accesso al mercato unico, ad esempio, entrando a far parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) – come la Norvegia, l’Islanda e il Liechtenstein -oppure con una apposita diversa formula. E’ chiaro che l’ampiezza del diritto delle sue imprese di accedere al mercato unico dipenderà dalla tipologia di accordo che verrà in concreto sottoscritto (di libero scambio, di associazione o di altra natura). In assenza di accordo, invece, i bookmakers britannici e quelli stabiliti a Gibilterra diverranno a tutti gli effetti imprese stabilite in uno Stato Terzo, che non avranno automaticamente titolo ad operare nell’Unione esercitando le libertà di stabilimento e prestazione dei servizi. Peraltro, dovrebbe essere loro possibile costituire delle controllate o filiali in uno Stato Membro, e continuare ad offrire da lì i loro servizi anche altrove nell’Unione. Tuttavia, ciò implicherà maggiori costi, maggiori complessità regolatorie e conseguenti svantaggi competitivi.

Un aspetto dell’accesso al mercato di particolare importanza è quello delle licenze, autorizzazioni o concessioni nazionali previste in tutti gli Stati Membri per l’esercizio delle attività di gioco e scommessa, che sono ovunque fortemente regolate. Sia che si tratti di licenze o autorizzazioni senza limite di numero, sia che si tratti di concessioni a numero chiuso messe a gara con procedure selettive, la sede o residenza del titolare in uno Stato Membro dell’Unione o in un Paese del SEE, costituisce sempre un requisito qualificante. Quindi, se non si ricollocheranno con una controllata operativa in un altro Stato Membro, i bookmakers inglesi e quelli stabiliti a Gibilterra non avranno più i requisiti per ottenere licenze, autorizzazioni e concessioni di gioco nell’Unione, e potrebbero finanche perdere quelle attualmente possedute, a meno che le condizioni di Brexit non prevedano formule di salvaguardia (totale o temporanea) dei loro c.d. diritti quesiti (vale a dire, delle situazioni legittimamente sorte a favore di un’impresa durante l’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea, e poi espressamente fatte salve dalle regole di uscita).

Dal punto di vista giuridico, queste problematiche sono destinate ad essere accentuate dal fatto che i servizi di gioco e scommessa non costituiscono una materia c.d. armonizzata, per la quale l’Unione si è dotata di norme comuni.

In tali materie, gli Stati Membri hanno, infatti, conservato la loro competenza legislativa e di regolazione, e le autorizzazioni e licenze rilasciate in uno Stato Membro non sono automaticamente riconosciute negli altri. Tuttavia, anche nei settori non armonizzati le competenze nazionali debbono essere esercitate nel rispetto dei principi fondamentali dell’Unione (come quelli di parità di trattamento, di proporzionalità, di trasparenza, del legittimo affidamento, etc.). E’ proprio sulla base di questi principi che nel corso degli anni si è costruita, spesso proprio per effetto di contenziosi nazionali instaurati dalle imprese di gioco britanniche, una complessa giurisprudenza della Corte di Giustizia, che a certe condizioni ha consentito ai bookmakers comunitari con sede in uno Stato Membro di offrire i loro servizi anche in altri Stati Membri in modalità c.d. transfrontaliera, pur senza essere in possesso di una licenza, autorizzazione o concessione rilasciata dalle autorità dello Stato Membro di destinazione del servizio. Di questa giurisprudenza, i bookmakers britannici e quelli stabiliti a Gibilterra verosimilmente non potranno più avvalersi, a meno che il Regno Unito ottenga il riconoscimento di questa via di accesso al mercato unico in sede di negoziato Brexit.

E’ anche da considerare che i servizi di gioco e scommessa per loro natura presentano aspetti sensitivi, sotto il profilo dell’ordine pubblico, della lotta all’evasione fiscale, della prevenzione della criminalità, della tutela dei consumatori e delle categorie vulnerabili, della tutela della privacy, della lotta al riciclaggio e del monitoraggio dei flussi finanziari. In numerosi di questi settori, sono in essere discipline comunitarie omogenee, nonché forme di collaborazione e reciproca assistenza fra le autorità degli Stati Membri. Questo retroterra normativo e amministrativo comune nei rapporti col Regno Unito di per sé verrà meno, come verranno meno le collaborazioni settoriali fra autorità, salvo venire successivamente rimpiazzate da nuove tipologie di rapporti bilaterali. Inoltre, non sarà più possibile per le imprese di gioco britanniche e per quelle di Gibilterra di ottenere licenze e autorizzazioni in altri Stati Membri partendo dal presupposto qualificante costituito dalla licenza o autorizzazione posseduta nello Stato Membro di sede, dovendo invece dotarsi di autorizzazioni e licenze in ogni singolo Stato Membro in cui intenderanno operare ad esito di un iter regolatorio completo e autonomo. Dovranno inoltre sottoporsi a molteplici livelli di compliance nazionale, con inevitabile duplicazione dei costi e dei tempi regolatori.

Se, come è probabile, vi sarà un periodo, anche non breve, di incertezza normativa tra Brexit e la messa a regime dei nuovi rapporti con l’Unione Europea, il Regno Unito potrebbe essere costretto, almeno temporaneamente, a basarsi sui principi più generali (ed infinitamente meno efficaci e meno fruibili dalle imprese) di accesso al mercato, della nazione più favorita e di non discriminazione discendenti dal sistema dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e dagli accordi GATS del 1995 in materia di servizi, per proteggere gli interessi delle proprie imprese di gioco che vorranno continuare ad operare nell’Unione.

Allo stesso modo, dovranno affrontare analoghe complessità e difficoltà le imprese di gioco comunitarie che intenderanno offrire i loro servizi nel Regno Unito dopo Brexit. Tuttavia, il problema sarà di dimensione molto minore, poiché il Regno Unito è storicamente un esportatore, e non un importatore, di servizi di gioco, ed il mercato britannico dei giochi e delle scommesse è un mercato maturo, saturo e molto competitivo, dove i bookmakers degli altri Stati Membri sono stati tradizionalmente poco presenti.