In data 15 dicembre 2016, il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU   ), organismo che supervisiona a livello governativo il corretto adempimento degli obblighi assunti dall’Italia negli accordi e nelle convenzioni internazionali sui diritti umani, ha lanciato il Piano di Azione Nazionale su Impresa e Diritti Umani, analizzando l’interazione fra questi ultimi e la dimensione economico-societaria, in seguito all’adozione da parte del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dei “Guiding Principles on Business and Human Rights” nel 2011.  

Il Piano d’Azione prevede una serie di ‘azioni-chiave’ che l’Italia si impegna a realizzare tanto all’interno del quadro legislativo, istituzionale ed operativo incentrato sulla regolamentazione delle attività delle imprese e dell’economia, quanto nel più ampio contesto dell’azione esterna nel settore della cooperazione internazionale allo sviluppo.  

Dal punto di vista contenutistico, il Piano d’Azione, in linea con la prassi di altri Piani di Azione Nazionale (PAN) adottati da altri Paesi europei, include una sezione che elenca le aspettative che il Governo italiano ripone nei confronti del proprio settore privato per quanto riguarda la tutela dei diritti umani. Alle imprese, più in particolare, è  richiesto: a) di delineare una propria policy in materia di diritti umani; b) di ideare e rendere operativi meccanismi aziendali di due diligence per identificare, misurare e prevenire ogni potenziale rischio di violazione dei diritti umani nello svolgimento delle loro operazioni ed attività, anche da parte di partner commerciali e fornitori; c) di approntare i necessari meccanismi di reclamo che consentano di rimediare all’impatto negativo sui  diritti  umani che esse  abbiano  provocato, o che  abbiano contribuito a causare, o che siano altrimenti collegate alle loro operazioni economiche .  

All’interno del documento è anche previsto un insieme di soluzioni che il Piano d’Azione prevede e che tocca in particolare sei aree chiave , da qualificarsi come vere e proprie «priorità  nazionali»,  sia per l’importanza  del tema (anche nella specifica prospettiva della promozione dei diritti  umani nell’attività delle PMI),  sia perché in tali ambiti i rischi di impatto sui diritti umani derivanti dalle attività del settore privato sono particolarmente significativi (in proposito si rinvia alle modalità di contrasto del caporalato nel settore agricolo e nel settore edile, alla lotta alle forme di sfruttamento e alla promozione dei diritti fondamentali sul lavoro, alla promozione della sostenibilità ambientale, ecc.). 

Nell’ottica della creazione di un clima favorevole alla responsabilizzazione delle imprese in materia di diritti umani, il Piano d’Azione sottolinea come l’ordinamento italiano già contenga un principio di quadro regolamentare in tal senso. Tale è il caso della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche ex d.lgs. 231/2001 , che, come  è  noto, ha  introdotto nell’ordinamento una vera  e  propria corporate responsibility per  gli  illeciti  amministrativi dipendenti da reato, definita sul piano  formale come ‘amministrativa’, ma che opera in concreto  secondo schemi processualpenalistici. Questa disciplina è stata  via via estesa  a una serie di fattispecie criminose riconducibili alle attività delle imprese, in parte collegabili ad un impatto negativo sui diritti fondamentali dell’individuo (ad esempio alcuni reati commessi in seguito alla violazione delle norme sulla sicurezza e sulla salute sul lavoro ; alcuni specifici reati ambientali ; l’impiego di manodopera di migranti  il cui soggiorno è irregolare ; i delitti contro la personalità individuale ). 

La peculiarità di tale responsabilità risiede nella previsione di un vero e proprio obbligo di due diligence aziendale che si manifesta nel dovere per le imprese di adottare dei ‘modelli organizzativi’ e degli specifici sistemi di monitoraggio al fine di prevenire la commissione dei reati sanzionati: la presenza di tali modelli all’interno del sistema di governance aziendale è un elemento idoneo a determinare l’esonero dalla responsabilità per l’ente privato. La forma di responsabilità di cui sopra potrebbe fungere da modello per introdurre nell’ordinamento un obbligo generale di due diligence aziendale in materia di diritti umani.  

Allo stesso modo, ma questa volta dal punto di vista del duty to protect dello Stato, è da valutare positivamente il fatto che il Piano d’Azione non solo renda esplicito l’impegno del Governo italiano a che le imprese controllate o partecipate dallo Stato, quelle che ricevono sostegno o benefici da parte di agenzie governative, e quelle che contrattano o concludono transazioni commerciali con lo Stato stesso, come ad esempio attraverso il sistema degli  appalti pubblici, operino nel  pieno  rispetto delle norme sui diritti umani, ma anche che in tal senso si preveda di attribuire nella fase di monitoraggio particolare attenzione allo strumento della due diligence  sui diritti umani nelle imprese  pubbliche  o  altre imprese  controllate dallo Stato .   

Ancora, sempre con riferimento all’attuazione del dovere dello Stato di adottare un quadro regolamentare interno che imponga alle imprese di rispettare i diritti umani (di cui al Principio 3, lett. a), dei Principi Guida) è da notare come tra le misure previste dal Piano d’Azione vi sia anche la «promozione di un’effettiva attuazione della Direttiva Europea 95/2014 sulla divulgazione delle informazioni di carattere non finanziario da parte delle grandi imprese.   ». La direttiva 95/2014 è uno  strumento  che introduce l’obbligo per  determinate  categorie di  imprese di pubblicare annualmente un report attestante i risultati di carattere non finanziario (inclusi quelli riguardanti, tra l’altro, i diritti umani, l’ambiente e gli aspetti sociali), che deve contenere le informazioni necessarie attinenti al modello di gestione e organizzazione delle attività dell’impresa anche con riferimento alla gestione di tali aspetti, le politiche praticate dall’impresa,  comprese  quelle di  due diligence, i  principali rischi,  generati o  subiti, e che derivano dalle attività dell’impresa, dai suoi prodotti, servizi o rapporti commerciali, incluse, le catene di fornitura e subappalto .  

In conclusione, Il Piano d’Azione contiene un quadro chiaro e specifico delle implementazioni già avviate dal Governo italiano nel campo dei Business and Human Rights, senza peraltro identificare una tabella di marcia per l’adozione di ulteriori provvedimenti e il monitoraggio degli obbiettivi raggiunti. È comunque da puntualizzare che il Governo ha reso pubblico il proprio impegno, tramite l’inclusione di un riferimento all’adozione di futura legislazione ad hoc per quanto riguarda gli obblighi, da parte delle imprese (come nel caso della recente Loi de vigilance  francese), di dotarsi in via generale di una Human Rights Due Diligence, quanto meno per quelle di maggiori dimensioni. È comunque da prevedere che la Human Rights Due Diligence sarà destinata a costituire un requisito volontario delle operazioni finanziarie e commerciali coinvolgenti i maggiori operatori globali.