Un episodio a “tinte rosa” è stato recentemente causa scatenante di una vicenda giudiziaria giunta in Cassazione che, con ordinanza n. 2304 del 25/01/2023, ha avuto occasione di ricordare quale sia il perimetro giuridico del c.d. diritto all’immagine.

La vertenza trae origine da una foto del Sig. R. pubblicata sul quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” in cui il soggetto in questione, insieme ad altre persone, veniva ripreso dall’obbiettivo fotografico nell’ambito di una festa di compleanno svoltasi in un luogo aperto al pubblico e, nello specifico, presso il Centro di immigrazione della città di Taranto. La foto scattata, a detta del Sig. R., avrebbe leso la sua reputazione e il suo onore al punto da aver anche causato la fine del suo matrimonio poiché, nella foto, il Sig. R. era ritratto, insieme ad alcune persone immigrate, accanto a una donna sconosciuta.

Dopo aver visto respinta la propria richiesta dal giudice di prime cure, il Sig. R. impugnava la decisione avanti alla Corte d’Appello di Bari che, tuttavia, non rilevava alcuna lesione dell’immagine di R. A fronte del rigetto delle proprie doglianze anche da parte della corte territoriale, R. ricorreva quindi in Cassazione. Tra i motivi di impugnazione qui d’interesse, il Sig. R. rilevava:

1) La violazione delle disposizioni codicistiche in tema di diritto all’immagine (art. 10 c.c), nonché di quelle contenute nella legge sul diritto d’autore in tema di riproduzione del ritratto di una persona (artt. 96 e 97, l. n. 633/41) e di quelle a tutela della privacy applicabili al tempo dei fatti (art. 11, co. 1, D.Lgs. n. 163/2006 e artt. 136, co. 1, lett. a), e 137, co. 3, del D.Lgs. n. 163/2006);

2) L’erronea esclusione della sussistenza di danni non patrimoniali patiti in conseguenza della lesione del diritto all’immagine e della riservatezza;

3) La nullità della sentenza per carenza di motivazione rispetto alla ricostruzione del nesso causale tra l’illecita diffusione dell’immagine e la rottura del matrimonio.

Il perimetro normativo e l’assenza di illecito

La Cassazione ha respinto le motivazioni sollevate dal ricorrente e, in particolare, con riferimento all’art. 10 c.c. ha ricordato, richiamando alcuni precedenti della stessa corte, che “(…) la divulgazione dell'immagine senza il consenso dell'interessato è lecita soltanto se ed in quanto risponda alle esigenze di pubblica informazione, non anche quando sia rivolta a fini pubblicitari”. Inoltre, con riferimento al quadro normativo previsto in ambito autorale a tutela dell’immagine ha altresì precisato che “in tema di autorizzazione dell'interessato alla pubblicazione della propria immagine, le ipotesi previste dall'art. 97, secondo comma, della legge 22 aprile 1941, n. 633, ricorrendo le quali l'immagine può essere riprodotta senza il consenso della persona ritratta, sono giustificate dall'interesse pubblico all'informazione, determinando una pretesa risarcitoria solo se da tale evento derivi pregiudizio all'onore o al decoro della medesima”.

Nel perimetro delineato, la Corte non ha quindi rilevato alcun disallineamento nella sentenza impugnata rispetto alle disposizioni normative, né vizi di motivazione. Più precisamente, il giudice di legittimità ha innanzitutto osservato come la foto fosse stata scattata durante una cerimonia pubblica, per di più correlata ad un avvenimento di pubblico interesse poiché volto a documentare alcuni aspetti inerenti al fenomeno dell’immigrazione. La foto era infatti stata pubblicata ad accompagnamento di un articolo concentrato, per l’appunto, sul tema del rapporto di amicizia instauratosi tra residenti nel paese in cui era stata scattata la foto e gli immigrati giunti nello stesso territorio.

Sull’assenza di danni e sulla rilevanza del consenso

In merito ai danni non patrimoniali, la Corte ha poi osservato come non fossero stati provati dal ricorrente e, in ogni caso, esclusi dai giudici di merito posto che il comportamento tenuto dai convenuti (la società editrice del quotidiano e il suo direttore) non era stato considerato illecito e che, ovviamente, nessuna rivalutazione dei fatti fosse possibile in sede di ricorso in Cassazione.

Nell’analizzare il punto danni, la corte si sofferma sul fatto che la stessa Cassazione in passato ne avesse escluso la sussistenza poiché l’essere ritratti nell’ambito della partecipazione ad un evento pubblico costituirebbe “un rischio della vita che non ci si può esimere dall’accettare” (nello specifico, la corte ha richiamato il caso di persona colta da una ripresa televisiva poi successivamente trasmessa, senza il suo consenso, mentre si trovava in mezzo a una folla anonima in una stazione ferroviaria, ma nel contesto di un “gay pride” considerato evento di interesse pubblico. V Sez. 3, Sentenza n. 24110 del 24/10/2013).

Nel caso qui in esame però la Cassazione, nel riprendere le argomentazioni sollevate in fase si merito e l’orientamento giurisprudenziale sopra citato, chiarisce come l’eventuale atteggiamento accondiscendente della persona ritratta nella foto a farsi riprendere (es. sguardo rivolto verso l’obiettivo e atteggiamento di posa) non possa assurgere ad elemento fattuale determinante per stabilire che vi sia stato consenso alla diffusione dell’immagine poiché la persona ritratta ben può “conservare la propria volontà contraria alla diffusione di tale fotografie su un organo ad ampia diffusione come un giornale quotidiano”.

A quest’ultimo riguardo, il caso ricorda, per certi versi, un’altra vicenda giudiziaria che ha invece avuto ad oggetto la richiesta di risarcimento danni avanzata da una donna nei confronti della celebre casa discografica Sony, per aver pubblicato un video musicale dell’artista Gigi D’Alessio in cui la stessa compariva in un atteggiamento affettuoso con un uomo che non era il coniuge. In prima istanza, il Tribunale di Benevento aveva respinto la richiesta ritenendo che la registrazione fosse avvenuta “in occasione di eventi svoltisi in pubblico”, ma in sede d’appello, la Corte di Appello di Napoli aveva invece accolto le doglianze della signora precisando di dover valutare anche il “concorso delle circostanze”. Più precisamente, tenendo conto del fatto che la ripresa non fosse avvenuta in un contesto scenografico appositamente realizzato per il video, il fatto che la signora avesse rivolto uno sguardo fugace alla telecamera era da interpretarsi come forma di curiosità, e non come prova del consenso implicito alla divulgazione della sua immagine. È poi con l’ordinanza di Cassazione 2021/ 36754 che il giudice di legittimità ha respinto il ricorso della Sony.

Ciò che quindi emerge nel caso Sony, a differenza di quello qui esaminato (in cui il contesto di scatto della foto in cui compariva R. era avvenuto nell’ambito di un evento di interesse pubblico) è che il video in cui era stata ripresa la signora, non aveva alcuna finalità di interesse pubblico, ma solo commerciale e, quindi, in assenza delle circostanze esimenti previste dall’art. 97 l.d.a. idonee a escludere il diritto alla riservatezza (notorietà, necessità di giustizia o polizia, scopi scientifici, didattici o culturali, collegamento a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico circostanze tutte da escludersi).

L’assenza di nesso causale tra la rottura del matrimonio e la pubblicazione della foto

Infine, la Corte ha precisato come la rottura del matrimonio non fosse causalmente riconducibile alla pubblicazione della foto, soprattutto perché, come logicamente motivato in sentenza, tale rottura era stata ritenuta piuttosto riconducibile “(…) all'eventuale abnormità del comportamento della coniuge del R. di fronte a una fotografia in nessun modo espressiva di comportamenti o di atteggiamenti suscettibili di giustificare reazioni di gelosia o di dispetto”.