Con la sentenza n. 42503 del 16 ottobre 2013 la Corte di Cassazione, IV Sez. Penale,  ha rigettato il ricorso di una società che lamentava l´applicazione, in sede di condanna di primo grado, delle misure interdittive ex art. 9 co. 2 del D.Lgs. n. 231/2001 per la durata di mesi due.  

Il caso riguarda la C.P.&C. S.r.l.. Alla Società era stato addebitato che, in qualità di datore di lavoro dell’operaio M.M., aveva consentito che il lavoratore operasse con un trapano privo di dispositivo automatico di blocco, in caso di apertura del coperchio per lavori di regolazione, di tal che il M., nello svolgere tale operazione, riportava l’amputazione di una falange. Con la sentenza di primo grado il Tribunale di Ancona applicava, in osservanza delle disposizioni sulla responsabilità degli Enti, per il reato di cui all’art. 25 septies del D. Lgs. 231/2001 ed ai sensi dell’art. 63 del medesimo decreto, alla Società la sanzione pecuniaria di € 10.000, nonché le misure interdittive di cui all’art. 9, co. 2° del D.Lgs. citato, per la durata di due mesi. Avverso la sentenza proponeva  ricorso per Cassazione il difensore del C., nella qualità di legale rappresentante della società, lamentando: 

  1. l’erronea applicazione della legge per avere il giudice disposto le sanzioni interdittive alla società, ai sensi dell’art. 9, co. 2°, benché ricorressero le circostanze di esclusione di cui all’art. 17, lett. a,b,c (ovvero l’aver riparato integralmente riparato le conseguenze del reato);
  2. la eccessività della sanzione irrogata, per il mancato riconoscimento della attenuante di cui all’art. 12, co. 2°, lett. a) (che si applica quando l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso);
  3. il mancato riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena in favore dell’Ente.

Tuttavia il giudice di legittimità, dopo aver ricordato il contenuto della disposizione violata, ha affermato che “in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente” non rilevando, dunque, la condotta risarcitoria posta in essere successivamente.

Inoltre, la Suprema Corte di Cassazione, in relazione alla doglianza relativa al mancato riconoscimento della sospensione condizionale della pena, ha sancito il principio secondo cui “il beneficio richiesto non può trovare applicazione nel sistema sanzionatorio delineato dalla L. n. 231 del 2001, relativa alla responsabilità degli enti, la quale ha natura amministrativa ed ove, pertanto, non possono trovare applicazione istituti giuridici specificatamente previsti per le sanzioni di natura penale”.

Una sentenza emblematica della sempre crescente importanza, per le imprese, di dotarsi di Modelli Organizzativi  ex D. Lgs. 231/ 2001 specifici, adeguati ed efficaci nella loro portata esimente, considerato anche che il sistema sanzionatorio del D. Lgs. 231/2001, per la responsabilità amministrativa degli Enti dipendente da reato, non consente l’applicazione dei benefici espressamente previsti, nel nostro ordinamento giuridico, con riferimento alle sanzioni penali.

Per completezza, si rammenta che le sanzioni previste dal D. Lgs. 231/2001 per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono sia di natura pecuniaria, che interdittiva, oltre alla confisca ed alla pubblicazione della sentenza.

In particolare le sanzioni interdittive si sostanziano nell’interdizione dall’esercizio dell’attività, nella sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, nel divieto di contrattare con la pubblica amministrazione (salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio) nell’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi e nel divieto di pubblicizzare beni o servizi.