La Suprema Corte di Cassazione, recentemente, è tornata a pronunciarsi circa l’effetto estintivo scaturente dalla cancellazione della società dal registro delle imprese, ex art. 2495 c.c..

Le Sezioni Unite, nelle tre sentenze gemelle n. 6070, n. 6071, n. 6072 del 12 marzo 2013, premettendo che la cancellazione di una società di capitali dal registro delle imprese sia da considerarsi senz’altro produttiva di effetto estintivo, hanno altresì posto l’attenzione sui problemi che ne possano derivare, circa i rapporti facenti capo alla società estinta che non siano stati definiti in sede di liquidazione.

I giudici hanno ricondotto l’estinzione della società ad un fenomeno di tipo successorio “in virtù del quale:

  1. le obbligazioni si trasferiscono ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, pendente societate, essi fossero o meno illimitatamente responsabili per i debiti sociali;
  2. si trasferiscono del pari ai soci, in regime di contitolarità o di comunione indivisa, i diritti ed i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta, ma non anche le mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, né i diritti di credito ancora incerti o illiquidi la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale) il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato”.

Il medesimo principio ispira l’ipotesi di un giudizio pendente, pertanto, ai sensi dell’art. 299 c.p.c. il processo dovrà essere interrotto e proseguito o riassunto dai o nei confronti dei soci.

Al contrario, laddove non venga disposta l’interruzione del giudizio, l’impugnazione della sentenza dovrà essere effettuata da o nei confronti dei soci, a pena di inammissibilità.

A tale regola generale le Sezioni Unite pongono quale eccezione, l’ipotesi espressamente prevista dall’art. 10 della legge fallimentare secondo cui una società può essere dichiarata fallita entro un anno dalla sua cancellazione.

I giudici, infatti, hanno ricorso ad una fictio juris affinché venga considerato “come esistente ai soli fini del procedimento concorsuale un soggetto ormai estinto e dal quale non si saprebbero trarre argomenti sistematici da utilizzare in ambiti processuali diversi”.

Sulla scia di tale affermazione, la Cassazione Civile, con la sentenza n. 13659 del 12 aprile – 30 maggio del 2013 ha precisato che la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, il quale anche dopo la cancellazione è legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento.