Non c’e’ giorno che passi senza che la cronaca ci racconti storie di persone che hanno subito reati, violenze e soprusi attraverso i c.d. “social network”, dove ognuno si sente libero di scaricare il proprio odio e livore verso l’altro, istigando anche alla commissioni di reati.

Ci si interroga se e’ un problema di mancanza di una regolamentazione o piuttosto di una educazione civile e civica che il nostro paese sembra aver perso. Sicuramente, le istituzioni, la politica, la scuola e la famiglia hanno le proprie responsabilità e carenze.

Soprattutto, si assiste con passività al divenire di una societa’ priva di capacità di relazionarsi con l’altro, sia dentro, che fuori dal web, in modo costruttivo e funzionale. Il web e’ vissuto come un modo parallelo, schermato; una piazza virtuale, spesso anarchica e violenta, dove tutto e’ permesso. In una societa’ , che si proclama civile, pero’, questo non dovrebbe accadere.

Tutti gli attori coinvolti hanno un proprio ruolo. Ed i gestori dei social networks non possono sottrarsi al proprio. Devono iniziare ad assumersi responsabilità dovute, agendo celermente nella rimozioni di contenuti lesivi dei diritti e delle libertà fondamentali dei soggetti che subiscono violenze. E’ auspicabile, inoltre, che le autorità preposte, il Parlamento e il Governo, adottino i provvedimenti del caso quanto prima, al fine di fornire quegli strumenti utili per esigere in tempi certi soluzioni efficienti.

Più volte, la magistratura e’ intervenuta su questi temi, ponendo un limite alla libertà di espressione degli individui ove cio’ si poga in contrasto con la libertà del singolo essere umano, protetta e tutelata dal nostro ordinamento. Ha osservato la giurisprudenza che i social networks, in particolare Facebook, non possono essere considerati come siti privati, in quanto non solo accessibili ai soggetti non noti cui il titolare del sito consente l'accesso, ma altresì suscettibili di divulgazione dei contenuti anche in altri siti. Piuttosto, la collocazione di una fotografia o di un testo su Facebook possono implicare una sua possibile diffusione a un numero imprecisato e non prevedibile di soggetti e quindi va considerato, sia pure con alcuni limiti, come un sito pubblico (T.A.R. Friuli-Venezia Giulia Trieste Sez. I, Sent., 12/12/2016, n. 562).

La diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo per questo di una bacheca Facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perchè, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca Facebook non avrebbe senso), sia perchè l'utilizzo di Facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 28/04/2015) 08-06-2015, n. 24431).

In tal senso, il reato di diffamazione può essere commesso anche a mezzo di internet (cfr. Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741; 4 aprile 2008 n. 16262; 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126), sussistendo, in tal caso, l'ipotesi aggravata di cui al comma 3 della norma incriminatrice (cfr. altresì sul punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044), dovendosi presumere la ricorrenza del requisito della comunicazione con più persone, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti (Sez. 5, n. 16262 del 04/04/2008).

Non solo, perfino la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca "Facebook" integra un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595 c.p. , comma 3, poichè la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo per questo di una bacheca Facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perchè, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca Facebook non avrebbe senso), sia perchè l'utilizzo di Facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Cass. n. 4873, del 14 novembre 2016,Cass. Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015).

In sostanza, quindi, e’ chiaro che la condotta di postare un commento sulla bacheca Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo, tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica, descritta dall'art. 595 c.p.p. , comma (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015; Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 13/07/2015) 01-03-2016, n. 8328).

I social networks, inoltre, andrebbero utilizzati con consapevolezza, se e’ vero che ormai sono considerati legittimi i provvedimenti di licenziamento per condotte assunte dal lavoratore su Facebook. Sul punto, si rileva che e' stato giustificato il licenziamento intimato per giusta causa al lavoratore che abbia postato su Facebook frasi offensive coinvolgenti i colleghi e il datore di lavoro non integrando il comportamento nel caso di specie reazione legittima ad una provocazione posta in essere dal datore di lavoro o dai colleghi (Trib. Ivrea Ordinanza, 28-01-2015, FONTI, Lavoro nella Giur., 2015, 8-9, 837 nota di SALAZAR).Ed ancora, sono stati considerati anche ammissibili i c.d. controlli difensivi occulti posti in essere mediante la creazione di un falso profilo Facebook da personale inserito nell'organizzazione aziendale in quanto diretti all'accertamento di comportamenti illeciti e per protezione dei beni aziendali, purché non siano tesi alla verifica del mero inadempimento della prestazione lavorativa ed avvengano con modalità non invasive e rispettose delle garanzie costituzionali di libertà e dignità dei lavoratori (Cass. civ. Sez. lavoro, 27-05-2015, n. 10955).

Deve essere chiaro agli utenti che anche l’apprezzamento di un commento altrui sui social networks puo’ avere ripercussioni personali, tenuto conto che e’ stato considerato legittimo “il provvedimento di sospensione dal servizio per la durata di un mese a carico di chi - tramite l'apposizione, su Facebook, di un "mi piace" a una notizia - ha tenuto una condotta potenzialmente lesiva della amministrazione pubblica di appartenenza” (T.A.R. Lombardia Milano Sez. III Ordinanza, 03-03-2016, n. 246 (Omissis) c. Ministero della Giustizia).

I social networks non dovrebbero permettere, infine, l’istigazione alla violenza. Tant’e’ che per la giurisprudenza “Il fatto di postare sui profili Facebook frasi o commenti a immagini cruente, proposizioni di esortazione o di incitamento, senza limitarsi a esprimere sentimenti di approvazione verso fatti di terrorismo islamico, attuati da gruppi che si ispiravano all'integralismo religioso, ma incitando a intraprendere atti sovversivi di vero e proprio terrorismo e di affermazione della violenza anche più truce e spietata, integrano il delitto di cui all'art. 302 c.p. e non quello di cui all'art. 414 c.p. di talché, nell'ipotesi della sussistenza di tali fatti, è legittimo il rigetto da parte del tribunale del riesame, della richiesta di un cittadino extracomunitario di essere rimesso in libertà” (Cass. pen. Sez. I, 17-12-2015, n. 46178).

E’ chiaro che il tema del ruolo dei social networks nella nostra societa’ e’ complesso. Tuttavia, si auspica che sia presa pronta consapevolezza dello squilibrio tra potere dei gestori delle piattaforme social, rispetto agli attuali strumenti di difesa degli individui.