In un contesto economico segnato dalla sempre più pressante necessità per le imprese di ottenere moratorie o nuova finanza da parte degli istituti di credito, la posizione delle banche risulta costantemente segnata dal rischio di commettere un illecito nel caso di finanziamenti concessi a clienti in difficoltà finanziarie, specialmente nel caso in cui la situazione di crisi dell’impresa dovesse poi sfociare in decozione.

Secondo il Tribunale toscano, infatti, non è ravvisabile in capo alla banca mutuante una posizione di garanzia che le imponga un potere-dovere di salvaguardia degli interessi economici del cliente-mutuatario di fronte al rischio che questi usi male il capitale ricevuto. Al contempo, tale potere-dovere non sussiste neanche con riferimento agli interessi dei terzi che siano entrati o che entrino in rapporto con il cliente e che, quali operatori economici, sono capaci di informarsi e sono tenuti ad informarsi della solvibilità del cliente.

Ma il punto decisivo toccato dal Tribunale di Lucca è quello in cui viene stabilito che “la banca, concedendo i mutui, non ha commesso alcun illecito, né contrattuale verso l’impresa, né extracontrattuale verso i terzi, poiché non vi è alcuna norma che imponga a un istituto bancario di non far credito ad un cliente in crisi per evitare che questi, approfittando della falsa apparenza della propria liquidità, si indebiti ulteriormente verso i terzi”.

L’interpretazione offerta dal Tribunale di Lucca pone quindi ulteriori elementi riflessione rispetto al filone giurisprudenziale originato Tuttavia, a rendere ancora più ardua la possibilità per le banche di districarsi nel complesso mondo del finanziamento di imprese in crisi (ed evitare responsabilità civili e penali), la Suprema Corte, ancora più recentemente, con la sentenza 9883 del 20 aprile 2017 ha stabilito che “se il ricorso abusivo al credito va oltre i confini dell’accorta gestione imprenditoriale quanto all’amministratore della società finanziata, la stessa erogazione del credito, ove (come dedotto nella specie) sia stata accertata la perdita del capitale di quella società, integra un concorrente illecito della banca, la quale deve seguire i principi di sana e prudente gestione valutando il merito di credito in base a informazioni adeguate”.

<span "="">Non si può in ogni caso ritenere che la posizione da ultimo espressa dalla Suprema Corte sia di per sé in contrasto con quella resa dal Tribunale di Lucca nella sentenza sopra commentata: dinanzi a una avventata richiesta di credito da parte degli amministratori della società che ha perduto interamente il capitale, e dinanzi a una altrettanto imprudente concessione di credito da parte della banca, il comportamento illecito è concorrente, per il fatto dannoso del ritardo nell’emersione del dissesto.

Dalla lettura congiunta di tali sentenze si può quindi dedurre da un lato che, secondo quanto espresso dalla Cassazione, non è corretto l’assunto per cui la concessione di credito non è mai abusiva poiché le banche hanno il dovere di valutare nel caso concreto la concedibilità del credito richiesto e sono quindi tenute a rispondere in caso di imprudente concessione di finanziamenti e, dall’altro, che la concessione del credito in sé in situazioni di non manifesta insolvenza non è elemento sufficiente per determinare il concorso della banca nel dissesto dell’impresa per aver creato una situazione di apparente solvibilità, specie se il dissesto è stato causato dalla gestione degli amministratori.