Dopo quindici anni di onorata carriera il D. lgs. 231 (Responsabilità amministrativa degli Enti dipendente da reato) cambia rotta. Il rilievo per cui i reati in grado di mettere maggiormente a repentaglio la salute pubblica, il risparmio e la libertà di mercato attraverso manovre corruttive sono quelli perpetrati da grandi società commerciali (colossi manifatturieri, bancari ed assicurativi, basti pensare all’Ilva di Taranto, alla Parmalat, nonché ai crac bancari dell’ultimo periodo) ha fatto sì che il disegno di legge diretto rinnovare la citata normativa muova proprio da queste premesse, con l’obiettivo di rafforzare e potenziare i contenuti del D. lgs. 231/2001, troppo spesso disapplicato, distinguendo tra piccole e grandi imprese.

Il nuovo disegno di legge, si propone infatti di snellire i controlli sulle piccole imprese, nella maggior parte dei casi non in grado di sopportare i costi dei modelli di organizzazione e controllo diretti a costituire lo strumento preventivo, né delle sanzioni previste dal decreto.

Se da un lato all’ambito di applicazione del decreto legislativo n. 231 del 2001 andranno sottratte le piccole imprese, maggior chiarezza, inoltre, riguarderà il criterio distintivo di queste ultime, che secondo quanto previsto dalla riforma sarà numerico. Si è pertanto mutuata dalla normativa nazionale (dallo statuto dei lavoratori, di cui alla legge n. 300 del 1970) la soglia dimensionale (quindici dipendenti) sotto la quale si intende parlare di piccola impresa per esentarla dalla responsabilità di cui al decreto legislativo n. 231 del 2001.

Nel dettaglio, la riforma è diretta essenzialmente a:

- regolamentare la responsabilità da reato nei gruppi di imprese;

- consolidare l’indipendenza dell’organismo di OdV;

- eliminare la possibilità (introdotta dal Governo Monti) di assegnare i compiti dell’OdV al collegio sindacale (facoltà poi trasformata in obbligo, per le banche, tramite una circolare della Banca d’Italia);

- abolire il divieto di commissariamento giudiziale per banche, intermediari finanziari e assicurazioni;

- ripristinare la possibilità di applicare – nel processo penale, in sede cautelare – le sanzioni interdittive più incisive.

La nuova riforma apre la strada ad un duplice ordine di riflessioni.

Se da un lato accende i riflettori sui risvolti applicativi che hanno finora caratterizzato la normativa allo stato vigente, rivelatasi nel complesso insoddisfacente e non in grado di garantire un modus vivendi equilibrato tra le pulsioni provenienti dai vari organi interessati alla legalità ed al rischio penale d’impresa, dall’altro il non indifferente numero di novelle legislative destinate ad incidere sul decreto e susseguitesi in questi anni, spesso alla base di discussioni dottrinali e disorientamenti operativi, tradiscono criticità operative non indifferenti, legate all’applicabilità del Decreto e rafforzate da interpretazioni giurisprudenziali spesso causa d’incertezza applicativa.

Sarebbe stato in tal senso auspicabile che la riforma incidesse anche sulla spinosa questione della possibilità per il danneggiato di costituirsi parte civile nel processo contro l’Ente, questione chiarita da ultimo in senso negativo dalla Corte Costituzionale con la ben nota sentenza del 9-18 luglio 2014 n. 218, la quale ha dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità prospettata con riferimento alla esclusione della possibilità per la persona danneggiata dal reato di costituirsi parte civile nei confronti dell’ente “imputato” nel processo penale, osservando essenzialmente che la responsabilità “da reato” di cui l’ente è chiamato a rispondere è una responsabilità amministrativa e non penale.

Purtroppo il tema rimane controverso e non smette di suscitare dibattiti e polemiche, nonostante la pronuncia della Corte Costituzionale, da parte di chi ritiene troppo deboli ed insufficienti i rimedi riconosciuti dal nostro ordinamento a tutela della vittima del reato.

Detta l’ultima parola dallaConsulta, era auspicabile che il legislatore, anche sotto questo aspetto, provvedesse a colmare la lacuna prevedendo una esplicita previsione all’interno del testo novellato del Decreto che ponesse fine alle diatribe. Purtroppo, tuttavia, la riforma in esame non sembrerebbe incidere su questo aspetto.

Non resta che augurarsi che il nuovo progetto di riforma possa portare chiarezza almeno in alcuni degli aspetti più complessi della normativa dando un contributo di certezza all’interpretazione degli snodi più problematici, con l’obiettivo primario di perfezionare una normativa così importante per l’economia del paese.