A poco più di due mesi dall’ultima decisione in materia[1], la Court of Session scozzese si è nuovamente pronunciata relativamente alla Brexit. Ad inizio ottobre 2019, infatti, l’imprenditore Dale Vince, il membro del Partito Nazionale scozzese Joanna Cherry e l’avvocato Jolyon Maugham avevano presentato due ricorsi relativi agli obblighi del Primo Ministro e del Governo secondo il Benn Act[2], la legge approvata in data 9 settembre che impone al Primo Ministro di richiedere un’estensione dei negoziati per la Brexit qualora egli non riuscisse a raggiungere un accordo con l’Unione Europea e a farlo approvare dalla House of Lords entro il 19 ottobre 2019[3].

Entrambi i ricorsi si fondano sul timore dei ricorrenti, corroborato da diverse dichiarazioni precedenti del premier, che il Governo potrebbe tentare di sterilizzare gli obiettivi del Benn Act[4], ad esempio persuadendo un altro Stato membro dell’Unione ad opporsi ad una eventuale richiesta del Regno Unito di estendere il periodo di cui all’articolo 50, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione Europea (TUE).

Il primo ricorso era volto ad ottenere che la Corte ingiungesse al premier di inviare una lettera all’Unione per chiedere una proroga dei negoziati. Il ricorso è stato respinto da Lord Pentland in data 7 ottobre[5]. Nell’esaminare la questione, il giudice ha infatti ritenuto che le dichiarazioni del Primo Ministro addotte dai ricorrenti andassero esaminate alla luce del contesto politico nel quale erano state espresse, non costituendo “conclusive statements of the government’s understanding of its legal obligations”. Pertanto, tenendo in considerazione le assicurazioni fornite dal Primo Ministro nelle proprie argomentazioni davanti alla Corte, il giudice ha ritenuto di non essere “persuaded that it is necessary for the court to grant the orders sought or any variant of them”.

Con il secondo ricorso, era stato chiesto alla Corte di utilizzare il proprio “nobile officium[6]per inviare essa stessa una lettera all’Unione a nome del Governo. La Court of Session si è pronunciata[7]sulla questione in data 9 ottobre, rinviando di fatto la decisione al prossimo 21 ottobre, il primo giorno lavorativo successivo alla scadenza fissata dal Benn Act, in quanto “there is no basis for granting any of the orders sought by the petitioners”. Sebbene, infatti, non sia ancora certo se Boris Johnson invierà o meno una lettera all’Unione, secondo i tre giudici della Court of Sessionthe PM has not acted unlawfully, whatever he and his officials are reported to have said privately or in public”.