In data 7 luglio 2019, in occasione della Dodicesima sessione straordinaria dell'Unione Africana1, 54 dei 55 Paesi dell’Africa hanno reso operativo un accordo storico, il Trattato di Libero Commercio Africano (African Continental Free Trade Area, AfCFTA)2. L’unico Stato che non ha ancora aderito, a causa delle tensioni con l’Etiopia, è l’Eritrea, anche se, dopo l’avvio dei negoziati di pace, vi sono fondate ragioni per ritenere che la situazione vedrà presto una svolta.

L’AfCFTA rappresenta un’importante opportunità di crescita e di sviluppo, e potrebbe dar luogo all’area di libero scambio più grande mai creatasi dopo l’introduzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO). L’obiettivo è quello di eliminare i dazi doganali per i prodotti ed i servizi3 creando un mercato unico simile a quello dell’Unione Europea, dal valore complessivo di circa 3.400 miliardi di dollari ed in grado di connettere circa 1.2 miliardi di consumatori.

Il percorso che ha portato all’adozione dell’AfCFTA è frutto di un lungo lavoro diplomatico. Nel 2012, in occasione della Diciottesima sessione dell’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, si decise di dare vita ad una zona di libero scambio continentale entro il 2017, i cui negoziati iniziarono a Johannesburg durante il vertice del 2015. Nel marzo del 2018, a Kigali, l’accordo fu firmato da 44 Paesi, tra i quali, tuttavia, non figuravano la Nigeria e il Sudafrica, le due principali economie africane. Infine, l’AfCFTA è entrato formalmente in vigore il 30 maggio 2019, trenta giorni dopo la ratifica da parte del ventiduesimo Stato4.

L’AfCFTA ruota attorno a cinque strumenti operativi: le regole di origine5, il forum di negoziazione online, il monitoraggio e l'eliminazione delle barriere non tariffarie, un sistema di pagamento digitale e l'Osservatorio sul Commercio Africano (African Trade Observatory)6, ciascuno dei quali voluto da differenti Capi di Stato o Governo. È prevista, inoltre, l’eliminazione dei dazi doganali sul 90% dei beni e servizi. Il restante 10% riguarda i c.d. “prodotti sensibili”7, i quali non sono esentati dall’abolizione dei dazi perché ritenuti fondamentali per gli interessi dei singoli Stati; tuttavia, per essi è prevista un’eliminazione progressiva.

Tramite l’accordo si intende principalmente sviluppare il commercio intra-africano. Gli scambi commerciali sono infatti fermi al 17%, una percentuale molto modesta se paragonata al 51% dell’Asia, al 54% del Nord America e al 70% dell’Europa. L’accordo dovrebbe anche favorire la collaborazione politica e l’integrazione tra gli Stati firmatari, armonizzando regole e standard. Così facendo, secondo quanto stimato dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (United Nations Economic Commission for Africa, UNECA)8, il commercio intra-africano potrebbe aumentare del 52% entro il 2022 rispetto al 2010.

L’AfCFTA rappresenta un’importante opportunità di crescita e di sviluppo per l’Africa. Attualmente, i flussi di scambio sono ostacolati soprattutto dalle caratteristiche strutturali dei mercati, in cui i beni e prodotti e le materie prime nazionali sono scarsamente differenziati, costringendo la maggior parte dei Paesi africani ad importare merci di ogni tipo dall’estero. L’abolizione delle barriere potrebbe portare ad un incremento della domanda e delle produzioni nazionali e ad un abbassamento dei costi unitari, rendendo l’economia africana più competitiva anche a livello internazionale. 

Nel solco degli obiettivi della cosiddetta “Agenda 2063”9, l’accordo costituisce il primo passo concreto verso la creazione di un mercato continentale fondato sulla libera circolazione di persone, capitali, beni e servizi, requisiti fondamentali per implementare l'integrazione economica e per promuovere lo sviluppo agricolo, la sicurezza alimentare, l'industrializzazione e la trasformazione strutturale del continente. Un’Africa economicamente forte, inoltre, potrebbe indurre le grandi potenze mondiali a ripensare la loro filosofia di lungo periodo, non guardando più al continente nero come ad un territorio di conquista e ad un problema di contenimento dei flussi migratori, ed invece contribuendo positivamente al suo sviluppo ed al suo ingresso da protagonista nel panorama economico globale.