Il Trust è un istituto del sistema giuridico anglosassone di common law che regola, nell’interesse di uno o più beneficiari o per uno specifico scopo, molteplici posizioni giuridiche basate su legami fiduciari.

Il diritto civile italiano manca di fornire una disciplina al Trust pur riconoscendone validità a seguito dell’adesione alla Convenzione dell’Aja del 1º luglio 1985, resa esecutiva ed in vigore dal 1º gennaio 1992. È perfettamente valido in Italia il Trust “interno”, ovvero quel Trust che non presenti alcun elemento di estraneità con l’ordinamento italiano che non sia stato istituito con il fine di aggirare o frodare la legge applicabile, in particolare modo nelle materie relative alla protezione dei minori e degli incapaci; effetti personali e patrimoniali del matrimonio; testamenti e devoluzione ereditaria, in particolare la successone necessaria; trasferimento della proprietà e le garanzie reali; protezione dei creditori in caso di insolvenza e protezione dei terzi in buona fede (art. 15 della Conv. dell’Aja).

Gode, pertanto, di riconoscimento il Trust avente funzione liquidatoria che sia stato istituito nel rispetto delle garanzie assicurate ai creditori dalla disciplina fallimentare, con il fine di salvaguardare il valore dell’impresa per conto del disponente non ancora dichiarato fallito. Affinché il Trust liquidatorio non sia soggetto alla pena di nullità dell’intero istituto occorre che affidi la crisi d’impresa a soggetti terzi rispetto all’imprenditore insolvente nonché, in caso di fallimento, preveda la restituzione dei beni al curatore, affinché i creditori possano trovare tutela alle proprie ragioni.

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza n. 10105 del 9 maggio 2014, ha confermato la decisione della Corte di Appello che aveva ravvisato “il concreto pericolo che il Trust fosse stato utilizzato al solo fine di eludere la disciplina imperativa concorsuale”. Infatti, in caso di dichiarazione di fallimento del disponente, il conferimento di alcuni beni in Trust sopravvive al fallimento, pertanto, ben potrà essere esperita una azione revocatoria ordinaria dal curatore che dimostri come la segregazione del patrimonio conseguente all’istituzione del Trust abbia danneggiato i creditori, in violazione degli artt. 13 e 15, lett. E) della Convenzione dell’Aja.

La vicepresidente dell’Associazione Trust in Italia, l’avvocato Francesca Romana Lupoi, in commento alla sentenza succitata, evidenzia come la decisione della Cassazione riconosca all’istituto del Trust la possibilità di sostituirsi alla procedura fallimentare seppure con un occhio sempre attento alla causa concreta del Trust che funge da “spartiacque di legittimità dell’istituto che non può contrapporsi elusivamente alla procedura pubblica”.