IL QUOTIDIANO BRITANNICO THE GUARDIAN SAREBBE ENTRATO IN POSSESSO DI UN DOCUMENTO RISERVATO, REDATTO DALLA COMMISSIONE GIURIDICA DEL PARLAMENTO EUROPEO (PE), NEL QUALE SI AFFERMA CHE DOPO L’USCITA DEL REGNO UNITO DALL’UNIONE EUROPEA SPETTERÀ A CIASCUNO STATO MEMBRO DECIDERE SE CONSENTIRE AI CITTADINI BRITANNICI DI CONTINUARE A RISIEDERE ALL’INTERNO DEI PROPRI CONFINI OPPURE NO.

Il documento evidenzia che, attualmente, risulta particolarmente difficile per un cittadino UE ottenere un permesso di residenza permanente o la nazionalità britannica anche se sposato con un coniuge britannico o nato nel Regno Unito. Tale circostanza potrebbe specularmente influenzare le politiche degli Stati Membri in questa materia.

Il processo burocratico per ottenere un permesso di residenza permanente nel Regno Unito è lungo e complesso. È infatti necessario compilare un modulo di 85 pagine e allegare numerosi documenti, anche di grande dettaglio, come le bollette di acqua e gas degli ultimi cinque anni o una lista completa dei viaggi effettuati al di fuori del Regno Unito a partire della data in cui ci si è trasferiti.

Nei mesi successivi al referendum sulla Brexit il numero di cittadini UE richiedenti questo tipo di permesso è raddoppiato e sono di conseguenza aumentati i reclami per segnalare la sua farraginosità unita alla rigidità e lentezza nell’analizzare le domande: in alcuni casi è stato segnalato che il richiedente ha ricevuto una lettera contenente un invito a prepararsi ad abbandonare il Paese solo per aver omesso di spuntare una casella durante la compilazione del modulo di richiesta.

Le opposizioni, a partire dal leader laburista Jeremy Corbyn fino ai Liberal Democratici, hanno fortemente attaccato l’approccio alla materia della cittadinanza della Premier Theresa May e del suo Governo, insistendo sul fatto che il rifiuto di consentire a tutti i cittadini UE attualmente residenti nel Regno Unito di ottenere un permesso di residenza permanente dopo l’uscita del Paese dall’Unione mette a rischio anche i diritti di libertà di milioni di cittadini britannici attualmente residenti in altri Paesi dell’Unione che potranno essere soggetti a misure di reciprocità.

La commissione giuridica del PE prosegue la sua analisi evidenziando che mentre alcuni diritti acquisiti nel passato dai cittadini britannici residenti in altri Stati Membri, come quelli relativi alla proprietà o alla riscossione di pensioni, non potranno subire alcuna restrizione, altri diritti, come quelli a dimorare, lavorare o studiare nell’Unione o l’accesso alla sanità pubblica, subiranno restrizioni severe in assenza di specifici accordi.

La commissione giuridica ritiene inoltre particolarmente arduo, se non impossibile, la conclusione, entro due anni, di un accordo transitorio su questi temi, visti i tempi tecnici di adozione di accordi internazionali o di protocolli aggiunti ai Trattati per i quali è necessario l’accordo unanime di tutti gli Stati Membri e la ratifica dell’atto da parte di ciascuno di essi.

Infine, il documento affronta anche la questione dello staff di nazionalità britannica attualmente impiegato presso le Istituzioni europee, vale a dire più di 1.500 persone solo considerando il PE, il Consiglio e la Commissione. Nel documento si afferma che la Brexit avrà necessariamente conseguenze sulla loro vita e sulla loro carriera considerando che, in linea di principio, solo i cittadini di uno Stato Membro possono lavorare per le Istituzioni, ed aggiungendo che in assenza di uno specifico accordo, all’attuale staff di nazionalità britannica potrebbe essere imposto di presentare le proprie dimissioni.