Con sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017 la Suprema Corte è intervenuta sulla vexata quaestio del regime sussistente tra società di capitale e proprio amministratore, in particolare sul corretto inquadramento giuridico del rapporto tipicamente nascente da una delibera assembleare o da un accordo di natura negoziale.

La pronuncia nello specifico segue la conclusione di un iter processuale che trae origine dall’ espropriazione presso terzi di emolumenti intentata dalla Banca di Credito Coop. di Ostra e Moro d'Alba nei confronti di un amministratore. Il giudice dell'esecuzione del Tribunale di Ancona aveva in tal senso qualificato l’attività dell’amministratore e degli altri debitori Korg Italy S.p. A. e Cassa di Risparmio di Loreto S.p.A. come attività di lavoro autonomo (l’amministratore della prima società risultava anche essere componente del consiglio di amministrazione della seconda), assegnando al procedente l'intera somma accantonata dai terzi a titolo di emolumenti per l'attività lavorativa, appunto oggetto di pignoramento.

Avverso l'ordinanza di assegnazione il debitore s’è poi opposto asserendo che la propria attività rientrasse nell'ambito d'applicazione dell'art. 409, n. 3, c.p.c. (rapporti di collaborazione con prestazione di opera continuativa e coordinata) con conseguente limitazione della pignorabilità ad un solo quinto del totale. L'opposizione trovava poi accoglimento presso il Tribunale di Ancona, il quale stabiliva che l'attività in questione era inquadrabile nell’ambito del lavoro parasubordinato, ritenendo conseguentemente applicabile l'art. 409, n. 3, c.p.c. con conseguente impignorabilità oltre il limite del quinto dii relativi compensi.

Con la Sentenza richiamata le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione prospettano in via del tutto innovativa un tertium genus nell’inquadramento tipico del rapporto gerente tra amministratore e società di capitali. In perfetto disaccordo anche con una consolidata corrente giurisprudenziale maggioritaria (risalente alla Suprema Corte n. 10680 del 1994), secondo la quale il rapporto dell’amministratore con la Società può essere assimilabile - a seconda dei casi - ad un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, ovvero all’attività di un prestatore d’opera autonomo, la Sentenza stabilisce che l'amministratore unico o il consigliere d'amministrazione di una società per azioni sono legati da un rapporto di tipo societario “che, in considerazione dell'immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell'assenza del requisito della coordinazione, non è compreso in quelli previsti dal n. 3 dell'art. 409 c.p.c.” Conseguenza di tale interpretazione giurisprudenziale è che i compensi spettanti a tali soggetti per le funzioni svolte in ambito societario sono pignorabili senza i limiti previsti dal quarto comma dell'art. 545 c.p.c.

I riflessi della pronuncia riverberano ben oltre il tema dell’esecuzione sui compensi. Investono innanzitutto la stessa possibilità o meno di valida regolazione del rapporto mediante contratto. Da questa immedesimazione organica oggi stabilita dalla Cassazione, che fa dell’amministratore un organo della medesima persona giuridica che rappresenta, discende innanzitutto l’impossibilità di fatto di poter ravvisare un’effettiva dualità tra l’amministratore e l’ente rappresentato, con la conseguente impossibilità di regolazione del rapporto mediante uno strumento contrattuale, posto che il contratto necessariamente presuppone l’esistenza di “due o più parti”.

Tant’è che la pronuncia stabilisce che la sottoscrizione di un contratto resta possibile solo nei casi nei quali la stessa persona possa “cumulare la figura dell’amministratore societario con una posizione diversa, avente ad oggetto un attività di lavoro autonomo, parasubordinato o subordinato”. In tutti gli altri casi occorrerà ricorrere a strumenti giuridici diversi del diritto civile o specifici del diritto societario quali delibere del consiglio di amministrazione o atti di nomina dell’assemblea.

Può chiedersi quale potrà essere la sorte dei contratti attualmente in essere, posto che lo strumento contrattuale è, come noto, il mezzo maggiormente utilizzato nella disciplina dei richiamati rapporti. Il principio di economia e salvaguardia degli atti porterebbe a ritenere plausibile che tali intese possano essere mantenute mediante la riconduzione ad altre forme giuridiche (quali ad es. atti di impegno unilaterali della società).

Altro tema è la competenza dell’organo chiamato a giudicare in caso di liti o patologie nel rapporto tra amministratori ed imprese: non appare più scontata affatto la competenza del giudice del lavoro, a presumibile vantaggio di una devoluzione – forse progressiva - di ogni materia al Tribunale delle Imprese.