La Corte Costituzionale (la Corte), con la sentenza n. 265/2016 pubblicata il 15 dicembre 2016, ha dichiarato incostituzionale l’art. 1 della legge della Regione Piemonte n. 14/2015 che apportava modifiche alla legge regionale n. 24/1995 (Legge generale sui servizi di trasporto pubblico non di linea su strada). Più nel dettaglio, la modifica normativa in questione prevedeva che il servizio di trasporto di persone, che prevede la chiamata, con qualunque modalità, di un autoveicolo con l’attribuzione di corresponsione economica, potesse essere esercitato “…esclusivamente dai soggetti che svolgono il servizio di taxi o di noleggio con conducente (NCC)…” pena l’applicazione delle sanzioni amministrative previste per l’esercizio abusivo di tali servizi previsto dal Nuovo codice della strada.

Come riconosciuto dalla stessa Corte, tale norma era stata adottata dalla Regione Piemonte al fine di contrastare l’emersione di alcune forme di trasporto di persone a chiamata, affermatesi di recente grazie alla diffusione di nuovi strumenti tecnologici. Tra questi, il servizio più rilevante e di maggior diffusione è Uber, un servizio di trasporto attivo dal 2013 in Italia, a Roma e a Milano, che consente di prenotare un servizio alternativo al taxi, riservando l’automobile tramite un sms o un’app attivata da uno smartphone.

La Corte ha affermato come la norma in commento, definendo quali soggetti siano abilitati ad offrire talune tipologie di servizi (nel caso di specie, il servizio di trasporto di persone a chiamata), è decisiva ai fini della configurazione di un determinato settore di attività economica e, pertanto, impone un limite alla libertà di iniziativa economica individuale, incidendo così sulla competizione tra operatori economici nel relativo mercato. Di conseguenza, secondo la Corte, tale profilo rientra nell’ampia nozione di concorrenza di cui al secondo comma, lettera e), dell’art. 117 Cost., che individua la “tutela della concorrenza” quale materia di competenza esclusiva dello Stato.  Infatti, secondo la giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale, in tale nozione di concorrenza rientrano, oltre alle misure legislative di tutela in senso proprio, che contrastano gli atti ed i comportamenti delle imprese pregiudizievoli per l’assetto concorrenziale dei mercati, anche “…le misure di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a consolidarne l’apertura, riducendo i vincoli alle modalità di esercizio delle attività economiche, in particolare le barriere all’entrata, e al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della competizione tra imprese…”.

Pertanto, la Corte ha riconosciuto l’illegittimità costituzionale della su citata disposizione regionale in quanto interviene su un profilo attinente alla concorrenza, la quale rientra nella competenza legislative esclusiva dello Stato.

Nelle conclusioni, i giudici costituzionali, nel ricordare l’acceso dibattito in merito al trasporto a chiamata mediante app (presente ormai in numerosi altri ordinamenti in tutto il mondo), hanno auspicato che il legislatore nazionale “…si faccia carico tempestivamente di queste nuove esigenze di regolamentazione…”. Sul punto, il DDL Concorrenza, adottato dal Consiglio dei Ministri il 20 febbraio 2015 e tuttora in discussione in Parlamento, nella sua attuale versione (che tuttavia può essere ancora soggetta a modifiche), delega al Governo il compito di adottare, entro 12 mesi dall’entrata in vigore di tale legge, un decreto legislativo per la revisione della disciplina in materia di autoservizi pubblici non di linea.

Non resta che attendere l’auspicato intervento legislativo in materia, sperando che le sollecitazioni dei giudici costituzionali a riformare la disciplina, contenute nella sentenza in commento, non rimangano disattese come le richieste (del medesimo tenore) effettuate dall’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (settembre 2015) e dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti (maggio 2015).