Il cessionario dei crediti vantati da una società titolare del diritto alle tariffe incentivanti in virtù di un’apposita convenzione stipulata con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) non è legittimato ad impugnare il provvedimento con il quale il GSE ha disposto la decadenza dal suddetto diritto agli incentivi, obbligando peraltro il cessionario alla restituzione gli importi dallo stesso percepiti a partire dall’attivazione della cessione del credito a suo favore. A stabilirlo è stato il TAR del Lazio (TAR) il quale ha dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione attiva il ricorso proposto da Intesa San Paolo (Intesa), cessionaria dei crediti vantati da Provide S.r.l. (Provide) nei confronti del GSE e consistenti nel riconoscimento delle tariffe incentivanti per l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico di proprietà di Provide. Intesa aveva impugnato la decisione del GSE di dichiarare Provide decaduta dal diritto alla fruizione delle tariffe incentivanti, annullando il provvedimento di riconoscimento di tale diritto, nonché obbligando Intesa a restituire quanto percepito in qualità di cessionaria. Il TAR ha tuttavia sottolineato l’estraneità della ricorrente rispetto al rapporto inciso dal provvedimento impugnato, posto che con tale decisione “…viene disposta, a monte, la decadenza dal diritto alle tariffe incentivanti e l’annullamento del provvedimento di ammissione agli incentivi incidendo l’atto stesso esclusivamente sul rapporto incentivante che lega Provide srl al GSE…”. Di contro, a giudizio del TAR, l’obbligo di Intesa di restituire gli incentivi percepiti rappresenterebbe una mera conseguenza della dichiarata decadenza, non idonea a“…determina[re] alcuna sostituzione soggettiva dal lato attivo nel rapporto di convenzione, che dunque resta in capo a Provide…”. Il TAR ha peraltro escluso altresì la possibilità di configurare il ricorso di Intesa alla stregua di una sostituzione soggettiva nell’esercizio della pretesa creditizia in via surrogatoria, posto che quest’ultima, lungi dall’esercitare il proprio diritto di credito, ovvero censurare la decisione del GSE sotto il profilo della quantificazione delle somme richieste, si sarebbe limitata a contestare la decadenza dal beneficio incentivante, così circoscrivendo il proprio ricorso al rapporto di concessione del beneficio rispetto al quale la cessionaria è stata dichiarata estranea. Tale ultima considerazione sembrerebbe pertanto aprire uno spiraglio alla possibilità per le imprese, di regola banche, cessionarie di crediti derivanti dagli incentivi accordati in materia energetica a veder soddisfatte le proprie pretese creditizie, o comunque tutelare la propria posizione contrattuale avverso le decisioni del GSE che incidono sull’an e sul quantum del rapporto incentivante, a condizione che le stesse prestino estrema cautela nella formulazione delle relative censure che, a detta del TAR, devono mantenersi nei limiti del rapporto contrattuale sotteso alla cessione del credito, non “…limitando quindi l’oggetto del giudizio al rapporto sostanziale di concessione del beneficio pubblico, rapporto rispetto al quale [la cessionaria] è, per definizione, estranea…”.