Corte di Giustizia UE, Sez. II°, 14/06/2017, causa C-610/15

Si tratta senza dubbio della sentenza più “calda” dell’estate 2017 in tema di diritto d’autore e siti web: faccia attenzione chi mette a disposizione di terzi spazio on line per il caricamento di contenuti, oggi dire che i contenuti non sono propri e/o che non se ne poteva controllare la liceità non salva più.

Vediamo il caso su cui si è pronunciata la Corte di Giustizia.

Due fornitori di accesso ad internet venivano convenuti in giudizio per il fatto che svariati loro abbonati, accedendo alla rete, si connettevano ad una piattaforma on line per la condivisione di file costituenti, nello specifico, opere dell’ingegno protette dal diritto d’autore.

In tal caso, il meccanismo di condivisione era quello del c.d. “peer to peer”, vale a dire che il singolo utente creava un c.d. file torrent funzionale a creare un collegamento tra la piattaforma ed il proprio pc, ove si trovava il file multimediale costituente opera protetta.

Il problema era che le opere venivano messe a disposizione dagli utenti senza l’autorizzazione del titolare dei diritti d’autore sulle stesse, quindi gli altri utenti ne fruivano in maniera illecita in quanto in violazione di detti diritti.

Venendo, poi, al ruolo della piattaforma, essa, che in base al servizio di condivisione offerto, ha sempre beneficiato di considerevoli introiti pubblicitari, pur senza nemmeno “toccare” le opere protette (che in effetti venivano rese disponibili da terzi), le indicizzava, in maniera tale da renderle reperibili e consentire lo scaricamento al pubblico dal proprio sito.

Più precisamente, la piattaforma proponeva agli utenti un motore di ricerca interno per il reperimento delle opere, un indice classificante le opere in diverse categorie, a seconda della natura, del genere o della popolarità, preoccupandosi, addirittura, di verificare, che le opere fossero inserite nella categoria adatta. Inoltre detti amministratori provvedevano ad eliminare i file torrent obsoleti o errati filtrando in maniera attiva determinati contenuti.

Il giudice nazionale sottoponeva la questione alla Corte di Giustizia affinché questa determinasse “se la piattaforma di condivisione online TPB configuri anche una comunicazione al pubblico delle opere ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29”[1], vale a dire in violazione della facoltà del titolare del diritto di autore di “(..) vietare qualsiasi comunicazione al pubblico, su filo o senza filo, delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico ..in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente”.

La Corte di Giustizia ha rilevato rispettivamente che:

  • il pubblico della piattaforma deve considerarsi diverso ed ulteriore rispetto a quello “…che è stato preso in considerazione dai titolari del diritto d’autore al momento in cui hanno autorizzato la comunicazione iniziale...”;

  • gli amministratori della piattaforma, incitando gli utenti sui propri forum e blog a scaricare i contenuti e farne copia, non potevano non essere consapevoli che si trattasse di opere protette;

  • “….la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online sono realizzate allo scopo di trarne profitto, dal momento che tale piattaforma genera considerevoli introiti pubblicitari….”.

Sulla base di tali assunti, la Corte, sostituendosi, in pratica, al legislatore rispetto ad una disciplina comunitaria di più di 15 anni, ha sancito che:

la nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, deve essere interpretata nel senso che comprende….la messa a disposizione e la gestione, su Internet, di una piattaforma di condivisione che, mediante l’indicizzazione di metadati relativi ad opere protette e la fornitura di un motore di ricerca, consente agli utenti di tale piattaforma di localizzare tali opere e di condividerle nell’ambito di una rete tra utenti (peer-to-peer).”

Il principio giuridico espresso dalla Corte va in una direzione ben precisa: anche se non “tocco” le opere, non le “maneggio” e/o tantomeno me le procuro in autonomia, non mi libero da responsabilità per violazione del diritto d’autore allorché la rendo possibile al pubblico per perseguire i miei scopi di lucro.

Sembrerebbe, poi, anche che debbano essere riviste le vecchie manleve con cui ci si sgravava dalla responsabilità per contenuti caricati da terzi, attribuendo a questi ultimi ogni eventuale profilo di illecito.