Torna all’esame della Suprema Corte l’annosa questione della legittimità delle clausole claims made. In data 19 gennaio 2018  la Terza Sezione della Cassazione, relazionata dal Consigliere Rossetti, ha ritenuto che la validità della clausola – inserita in un contratto di assicurazione della responsabilità civile – che qualifica come “sinistro” non già il fatto dannoso commesso dall’assicurato, bensì la richiesta risarcitoria presentata dal terzo, sia nulla sotto vari profili e ha rimesso la questione al Primo Presidente per la possibile assegnazione alle Sezioni Unite.

La principale critica mossa dalla Sezione Semplice alla clausola claims-made, peraltro già oggetto di numerose pronunce negli ultimi anni che ne avevano sancito la validità purché venisse effettuato un giudizio casistico sulla meritevolezza in coordinamento con le altre condizioni di polizza, è quella di violare il principio di autonomia negoziale delle parti. Abusando della regola generale contenuta all’interno dell’art 1322 c.c., la prassi commerciale avrebbe creato dei patti che – ad avviso della Suprema Corte – sarebbero in grado di stravolgere il contratto di assicurazione fino a tramutarlo in una vera e propria scommessa. Infatti, se è vero che alle parti è garantita ampia libertà nel decidere quale tipo di rischio assicurare, al contrario non vi sarebbe alcuna possibilità di concordare pattiziamente la definizione di “sinistro”, che deve imprescindibilmente costituire un evento incerto, possibile, dannoso ed indesiderato.

Andando oltre, la Terza Sezione rileva che la possibilità di ammettere che il sinistro possa essere costituito da una richiesta di risarcimento da parte di un terzo contrasti con le caratteristiche dell’evento come sopra definite, in quanto la richiesta risarcitoria non sarebbe dannosa di per sé (ma solo perché definita tale dalle parti) e, peraltro, l’obbligazione risarcitoria dell’assicurato (il vero evento dannoso e non voluto) sorgerebbe al momento della commissione del fatto dannoso, indipendentemente dall’esistenza di una richiesta risarcitoria.

Inoltre, così ragionando, l’assicurato potrebbe avere paradossalmente interesse al verificarsi dell’evento dannoso (la richiesta risarcitoria) per non perdere la copertura assicurativa in caso di scadenza del contratto, in aperto contrasto con il principio in base a cui il rischio assicurato debba afferire ad un evento non voluto.

La clausola arriverebbe addirittura a lasciare scoperti gli eredi dell’assicurato nel caso di morte di quest’ultimo. Infatti, come stabilito dal Codice Civile all’art. 1896, il contratto di assicurazione si scioglie al momento della cessazione dell’esistenza del rischio. Dunque, in principio, alla morte dell’assicurato cessa certamente il rischio che egli possa cagionare danni a terzi ma, al contrario, non cessa il rischio della verificazione del sinistro come inteso nella claims-made – ovvero la possibilità che i terzi chiedano il risarcimento del danno agli eredi, i quali non avrebbero diritto all’indennizzo perché, appunto, il contratto di assicurazione sarebbe cessato in data precedente, corrispondente a quella della morte del danneggiante.

In sostanza, la Terza Sezione sottolinea come una creazione commerciale oggi particolarmente diffusa crei paradossi giuridici inaccettabili e lascia l’ultima parola alle Sezioni Unite, che potrebbero adesso essere chiamate a fornire un’interpretazione che, come rilevato nell’ordinanza, tenga contro dei principi di solidarietà e buona fede che dovrebbero essere alla base di ogni pattuizione negoziale.

Nel caso in cui le Sezioni Unite dovessero dichiarare la clausola claims-made illegittima, vi sarebbero delle ricadute non indifferenti sul modo di concepire l’assicurazione della responsabilità civile, di calcolare il rischio e quantificare il premio dovuto dall’assicurato, in quanto verrebbe espunto un patto negoziale ormai alla base della maggior parte dei contratti ex art. 1917 c.c. e su cui gli operatori (assicuratori, broker e gli stessi assicurati) ripongono una particolare fiducia.

Nel caso in cui, invece, sia il Legislatore ad intervenire, canonizzando le tanto dibattute clausole, sarà forse la stessa Corte Costituzionale a risolvere una volta per tutte la domanda che assilla gli operatori (giuridici e non) del settore ormai da anni e le cui risposte hanno il potenziale per stravolgere – vedremo se in meglio o in peggio – il mercato assicurativo italiano.