In data 19 ottobre 2019, il Parlamento di Westminster ha approvato il cosiddetto “emendamento Letwin”[1] con 322 voti favorevoli e 306 contrari. L’emendamento mira a imporre una nuova proroga della Brexit, suggerendo la sospensione della ratifica dell’accordo raggiunto con l’Unione Europea[2] fino all’approvazione di tutta la relativa legislazione, se necessario anche oltre la scadenza del 31 ottobre 2019.

La decisione rappresenta un’altra sconfitta per Johnson, che conformemente al Benn Act[3], la legge che impone al Primo Ministro di richiedere un’estensione dei negoziati per la Brexit qualora egli non fosse riuscito a raggiungere un accordo con l’Unione Europea e a farlo approvare dalla House of Lords entro il 19 ottobre 2019[4], è stato costretto ad inviare una lettera al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk chiedendo appunto un rinvio per l’uscita.

In realtà, il Governo britannico ha curiosamente inviato all’Unione tre distinte lettere[5]. Con la prima, che non riporta però la sua firma in calce, Johnson ha chiesto di posticipare la data di uscita di quattro mesi, dal 31 ottobre 2019 al 31 gennaio 2020. Con la seconda, invece, l’ambasciatore britannico presso l’Unione Tim Barrow ha precisato che la suddetta richiesta è legata ad un obbligo di legge conseguente all’approvazione del Benn Act. La terza lettera, infine, rappresenta di fatto un tentativo di scongiurare un’estensione dei negoziati. Apponendovi la propria firma, infatti, il premier ha sostenuto che il rinvio della Brexit oltre il 31 ottobre non costituirebbe una soluzione in linea né con gli interessi del Regno Unito né con quelli dell’Unione, né tantomeno con quelli della democrazia e dell’obbligo di rispettare la volontà popolare espressa nel referendum del 2016.

Pur avendo mitigato la sua posizione originaria, che prevedeva una Brexit “with or without a deal” a fine ottobre 2019, Johnson ha pertanto ribadito la sua volontà di uscire dall’Unione senza ulteriori rinvii. Rimane ora da vedere quale sarà la reazione dell’Unione, e se questa decisione del premier darà adito a nuovi ricorsi davanti ai tribunali nazionali.