E’ dello scorso 4 marzo 2014 la sentenza della Corte di Cassazione n. 10265 che richiama i concetti di “interesse” e “vantaggio” per l’Ente collettivo nel tentativo di fare chiarezza sul punto.

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Come noto, la responsabilità dell’Ente sorge in occasione della realizzazione di determinate fattispecie di reato (c.d. reati-presupposto) da parte di soggetti che si trovano in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione e vigilanza, solo ed esclusivamente nel caso in cui la condotta criminosa sia stata realizzata nell’interesse o a vantaggio dell’Ente. Quale sia, però, la portata effettiva dei termini “interesse” o “ vantaggio” dell’Ente e l’interpretazione autentica del loro significato, ha portato notevoli problematiche all’attenzione della dottrina e della giurisprudenza sin dall’entrata in vigore del decreto, per gli elementi di criticità e l’ambiguità lessicale insita nei concetti medesimi di “interesse” e “vantaggio”.

Già la relazione Governativa di accompagnamento al Decreto attribuiva ai termini “interesse” e “vantaggio”, riferiti all’Ente collettivo, valenze diverse. Precisamente al primo viene riconosciuta dalla relazione una valenza “soggettiva”, riferita cioè alla volontà dell’autore materiale del reato, il quale deve aver agito avendo come fine quello di realizzare uno specifico interesse dell’Ente. Al secondo  viene invece riconosciuta una valenza “oggettiva”, riferita quindi ai risultati effettivi della condotta dell’autore materiale del reato.

Per gli stessi motivi la Relazione chiarisce che l’indagine sulla sussistenza del requisito dell’”interesse” va effettuata ex ante. Viceversa, l’analisi dello specifico “vantaggio” che può essere ottenuto dall’Ente anche quando la persona fisica non abbia agito nel suo interesse, richiede sempre una verifica ex post.

Se, per entrambi i requisiti non è necessario che abbiano un contenuto economico, l’evento “vantaggio” fa tuttavia riferimento alla concreta acquisizione di un’utilità per l’Ente, l’”interesse”, invece, implica soltanto la finalizzazione della condotta illecita, integrante il reato presupposto, verso quella utilità, senza che sia necessario il suo effettivo conseguimento. L’assenza o l’esiguità del vantaggio rappresenterà tuttavia una circostanza attenuante (ai sensi dell’art. 12 D. Lgs 231/2001, infatti, è prevista una riduzione della sanzione nell’ipotesi in cui l’illecito sia stato commesso nel prevalente interesse dell’autore del reato o di terzi e l’Ente non ne abbia ricavato vantaggio o ne abbia ricavato un vantaggio minimo).

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza del 4 marzo 2014, n. 10265 è intervenuta sul punto precisando che, una volta provato il vantaggio per l’Ente, non è necessario che l’autore del reato abbia voluto perseguire l’interesse dell’Ente medesimo perché esso sia responsabile, né è richiesto che il dipendente o manager sia stato anche solo consapevole di realizzare tale interesse attraverso la propria condotta.

L’Ente è dunque responsabile ex D.lgs 231/2001 se viene provato che ha ricavato dal reato commesso dal dipendente un vantaggio, anche quando non è stato possibile determinare l’effettivo interesse vantato dall’Ente ex ante alla consumazione dell’illecito.

Ciò consente di concludere che se, da un lato, l’interesse del dipendente autore del reato può coincidere con quello dell’Ente, la responsabilità della società sussiste anche quando, perseguendo il proprio autonomo interesse, l’agente realizzi in via oggettiva anche quello dell’Ente. L’unica ipotesi in cui ciò non si verifica è quella contemplata dal comma 2 dell’art. 5 del D. Lgs 231/2001, in cui sia stato accertato che il reato sia stato commesso nell’esclusivo interesse del suo autore persona fisica o di terzi.