Con la sentenza resa lo scorso 18 gennaio, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CdG) ha respinto il ricorso proposto da Toshiba avverso la decisione della Commissione europea (Commissione), confermata in parte dal Tribunale dell'Unione Europea (Tribunale) (si veda la Newsletter del 14 settembre 2015), con la quale era stata accertata la responsabilità di Toshiba, in solido con Panasonic e con la joint venture (JV) controllata congiuntamente dalle prime, per il cartello a cui la JV aveva partecipato nel mercato dei tubi catodici, irrogandole un'ammenda pari ad oltre 86 milioni di euro (successivamente ridotta dal Tribunale a circa 82 milioni di euro).

Partendo dall'assunto secondo cui le società madri possono essere ritenute responsabili per il comportamento anti-competitivo di una joint venture in presenza di elementi fattuali rivelatori di un'influenza determinante esercitata dalle controllanti sulla condotta tenuta sul mercato dall'impresa comune, la Commissione e il Tribunale avevano entrambi ravvisato l'esercizio, da parte di Toshiba, di una simile influenza sulla JV. Ciò sulla base di diversi indici, tra cui: (i) i poteri di veto esercitabili da Toshiba in merito a talune decisioni di natura strategica della JV previste dall'accordo costitutivo di quest'ultima ed essenziali per lo svolgimento della relativa attività; (ii) l'approvazione da parte di Toshiba, congiuntamente con Panasonic, del business plan della JV, inizialmente previsto per il solo periodo iniziale della JV ma successivamente prorogato per tutta la durata dell'impresa comune; (iii) i legami personali intercorrenti tra Toshiba e la JV, in quanto gli amministratori della JV nominati da Toshiba ricoprivano altresì posizioni manageriali all'interno di quest'ultima.

Simili considerazioni sono state pienamente confermate dalla CdG la quale, nel rigettare l'appello di Toshiba, ha sì sottolineato come l'esercizio di un controllo congiunto da parte di due imprese tra di loro indipendenti su di una JV può determinare l'esercizio di un'influenza determinante solo in presenza di evidenze empiriche in tal senso. La CdG ha altresì ritenuto tale condizione verificata anche in presenza di apposite clausole inserite nell'atto costitutivo della JV o in accordi connessi tra le parti che conferiscano a ciascuna società madre il potere di determinare la condotta dell'impresa comune sul mercato. E ciò, anche a prescindere dell'effettivo esercizio di simili poteri da parte dell'impresa madre dal momento che, come ha ribadito la CdG, la sola esistenza di poteri di veto presuppone il necessario coinvolgimento del titolare dei medesimi nel management operativo e strategico della JV.

Privo di valore è stato altresì ritenuto dalla CdG l'argomento di Toshiba, che all'epoca dei fatti deteneva una partecipazione di minoranza nella JV (benché fosse in grado di esercitare un controllo congiunto de facto), secondo cui taluni elementi ritenuti dalla Commissione indici dell'esercizio dell'influenza determinante sulla JV (quali ad es. la nomina di parte degli amministratori e quella del vice-presidente della JV) derivassero da previsioni di legge e clausole contrattuali a tutela degli azionisti di minoranza. Ciò che conta, ha tuttavia ribadito la CdG, è il potere di determinare, anche congiuntamente con altra società, la condotta dell'impresa comune sul mercato e non anche la fonte di legittimazione da cui discendono simili prerogative.

Ad una prima lettura della sentenza in commento sembra pertanto che la CdG abbia mutato orientamento in tema di responsabilità delle parent companies per gli illeciti antitrust commessi dalle proprie controllate. Se difatti la tendenza in passato era quella di presumere la sussistenza di simile responsabilità in presenza di una situazione di quasi controllo totale ed esclusivo esercitato su di un'impresa autrice di un cartello, con la pronuncia in esame la CdG sembra invero estendere simile presunzione altresì ad ipotesi di controllo congiunto esercitato su di una joint venture in virtù di pattuizioni contrattuali o previsioni di legge che attribuiscono alla parent company poteri di veto su talune decisioni strategiche della controllata. In presenza di simili disposizioni pattizie e legali - e a prescindere dalla loro concreta applicazione - solo la prova contraria, a carico della società madre interessata, circa l'effettiva esclusione dall'assunzione di simili decisioni da parte della controllata (in quanto assunte sulla base di diverse procedure) potrebbe, secondo la CdG, escludere una simile responsabilità.