La battaglia promossa dall’Ungheria avverso la decisione della Commissione del 4 novembre 2016 (Decisione) che aveva considerato una misura statale ungherese in materia di tassazione dei proventi della pubblicità come un aiuto di Stato incompatibile con il mercato interno ha subito un arresto in sede cautelare, dove il Tribunale dell’Unione europea (Tribunale), con ordinanza dello scorso 23 marzo, ha rigettato la richiesta dello Stato ungherese di sospendere l’esecuzione della Decisione e mantenere temporaneamente in vigore la normativa nazionale controversa.

La Commissione aveva ritenuto che la normativa ungherese in questione (risalente al 2014 e modificata nel 2015), che prevedeva inter alia (i) un sistema di tassazione progressiva sui proventi derivanti dalla pubblicità, con tributi e scaglioni determinati secondo criteri oggettivi (si chiedeva alle imprese di pagare un’imposta progressiva fino al 40% - poi alzata sino al 50% - dei propri ricavi derivanti dalla pubblicità ove fosse superata la soglia dei 20 miliardi di fiorini ungheresi, pari a circa € 65 milioni), ed (ii) una riduzione pari al 50% delle perdite riportate dagli anni precedenti - in base alla legge relativa all’imposta sulle società e sui dividendi - della base imponibile per il 2014 solo per le imprese che non avevano realizzato utili nel 2013 (e non anche per le società che avevano riportato perdite negli anni precedenti, ma che avevano realizzato utili nel 2013), costituisse un aiuto di Stato a favore di queste ultime e ne aveva conseguentemente ordinato il recupero all’Ungheria. Nella medesima Decisione, la Commissione aveva precisato che non vi sarebbe stato bisogno di procedere ad alcun recupero qualora l’Ungheria avesse abrogato il regime fiscale oggetto di contestazione con effetto retroattivo. L’Ungheria, aveva proposto ricorso chiedendo nel merito di annullare la Decisione, lamentando principalmente l’erronea qualificazione dell’imposta come aiuto di Stato, mentre con separato ricorso aveva chiesto in via cautelare la sospensione dell’esecuzione della Decisione, in attesa della pronuncia sul merito.

Il Tribunale ha in primo luogo ricordato che è possibile ordinare la sospensione in via cautelare di un atto solamente in casi eccezionali allorché la parte abbia dimostrato la fondatezza delle proprie pretese, nonché l’urgenza delle misure cautelari richieste e la loro necessità per evitare che dall’esecuzione della decisione impugnata derivi un pregiudizio grave ed irreparabile per gli interessi della parte. Inoltre, ha rilevato che, nel compiere un tale esame, i giudici mantengono un ampio potere discrezionale, non essendo loro imposto alcuno schema di analisi prestabilito per verificare la sussistenza dei predetti elementi. Inoltre, per quanto riguarda precipuamente una richiesta promossa da uno Stato, il Tribunale ha ricordato che possono essere concesse misure cautelari ove le misure contestate siano suscettibili di determinare un serio pregiudizio all’attuazione dei poteri statali, alla tutela dell’ordine pubblico, ovvero ad un intero settore economico, mentre non è sufficiente invocare un pregiudizio che verrebbe patito da un numero limitato di imprese.

Nel caso di specie, il Tribunale ha rigettato il ricorso presentato dall’Ungheria non ritenendo sussistente il requisito dell’urgenza, senza necessità di svolgere ulteriori analisi circa la fondatezza delle pretese avanzate, né procedere con un bilanciamento degli interessi coinvolti. In particolare, il Tribunale ha considerato che l’esecuzione della Decisione avrebbe potuto attuarsi secondo due metodologie diverse: calcolando per ciascun contribuente l’importo dell’aiuto di Stato concesso ordinandone il recupero, ovvero abrogando retroattivamente l’imposta in questione e rimborsando ai contribuenti l’importo versato. Indipendentemente dalla metodologia scelta, si sarebbe determinata una potenziale difficoltà nell’esecuzione della Decisione unicamente per l’amministrazione, e non per i singoli contribuenti. Ed il Tribunale ha ritenuto che, senza necessità di andare a verificare se le difficoltà prospettate dall’Ungheria potessero rischiare di compromettere una delle missioni statali o l’ordine pubblico, era sufficiente rilevare che l’Ungheria – in pendenza del procedimento– aveva già notificato alla Commissione la propria intenzione di procedere con una modifica legislativa del regime fiscale controverso.

Per il Tribunale, tale manifestazione d’intenti è stata sufficiente a smentire “l’urgenza” invocata dall’Ungheria nel proprio ricorso.

Non resta che attendere adesso il verdetto finale sul merito della vicenda.