In data 19 dicembre 2019 la Corte di Giustizia si è pronunciata nella Causa C-390/18, X, sull’interpretazione dell’articolo 3 della Direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno[1]. La domanda pregiudiziale era stata presentata nell’ambito di un procedimento penale instaurato in Francia a carico di X per condotte consistenti nella gestione di fondi per attività di mediazione e gestione di immobili ed esercizi commerciali da parte di un soggetto sprovvisto di licenza per l’esercizio di tale professione.

In data 24 gennaio 2017, l’Association pour un hébergement et un tourisme professionnels (associazione francese per l’alloggio e il turismo professionali; “AHTOP”) aveva presentato una denuncia penale con costituzione di parte civile nei confronti della Airbnb Ireland (“Airbnb”) lamentando l’esercizio di un’attività di mediazione e gestione di immobili ed esercizi commerciali senza licenza nel periodo compreso tra l’11 aprile 2012 e il 24 gennaio 2017. Più particolarmente, la Airbnb offriva una piattaforma elettronica che aveva come scopo, a seguito del versamento di una commissione, di mettere in contatto gli albergatori, i professionisti ed i privati che disponevano di alloggi da dare in locazione con i potenziali utenti di questo servizio. In questo modo, un internauta in cerca di un alloggio in locazione poteva connettersi alla piattaforma elettronica ed indicare il luogo in cui desiderava recarsi nonché il periodo ed il numero di occupanti, e la Airbnb gli forniva un elenco degli alloggi disponibili corrispondenti ai criteri inseriti nel sistema. Pertanto, gli utenti della piattaforma concludevano un contratto con la Airbnb per l’uso di questo servizio e con la Airbnb Payments UK, società britannica con sede in Londra, per la gestione dei pagamenti effettuati tramite la piattaforma.

A seguito della denuncia, il Procureur de la République (procuratore della Repubblica francese) presso il Tribunal de grande instance de Paris (Tribunale di primo grado di Parigi; “giudice del rinvio”) aveva depositato una requisitoria preliminare in relazione alla condotta lamentata da parte di un soggetto sprovvisto di licenza, in violazione della loi nº 70-9, du 2 janvier 1970, réglementant les conditions d’exercice des activités relatives à certaines opérations portant sur les immeubles et les fonds de commerce (legge del 2 gennaio 1970, n. 9, che disciplina le condizioni per l’esercizio delle attività relative a determinate operazioni aventi ad oggetto gli immobili e gli esercizi commerciali; “legge Hoguet”)[2]. Ritenendo, tuttavia, necessaria l’interpretazione della normativa europea rilevante, il giudice del rinvio aveva deciso di sospendere il procedimento e di rivolgere alla Corte di Giustizia due quesiti pregiudiziali.

Con il primo quesito, il giudice del rinvio chiedeva alla Corte se l’articolo 2, lettera a), della Direttiva 2000/31[3] debba essere interpretato nel senso che un servizio di mediazione, che ha lo scopo, tramite una piattaforma elettronica, di mettere in contatto, dietro corrispettivo, potenziali locatari con locatori, professionisti o meno, che offrono servizi di alloggio di breve durata, e che fornisce, nel contempo, anche un certo numero di altre prestazioni, quali uno schema che definisce il contenuto della loro offerta, un servizio di fotografia, un’assicurazione per la responsabilità civile per i danni, uno strumento per valutare il prezzo della locazione o ancora servizi di pagamento relativi a tali prestazioni, debba essere qualificato come “servizio della società dell’informazione” ai sensi della Direttiva stessa.

La Corte ha preliminarmente analizzato il servizio offerto dalla Airbnb al fine di verificare se esso possa essere qualificato come “servizio della società dell’informazione” ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della Direttiva 2015/1535[4]. Più particolarmente, il servizio era fornito dietro corrispettivo, malgrado il fatto che la commissione riscossa dalla Airbnb Payments UK provenisse unicamente dal locatario e non anche dal locatore. Inoltre, si trattava di un servizio fornito a distanza ed esclusivamente per via elettronica, in quanto il contatto tra il locatore e il locatario avveniva tramite la piattaforma senza presenza simultanea del soggetto che prestava il servizio di mediazione e del locatore o del locatario. Infine, il servizio era fornito su richiesta individuale dei destinatari, in quanto presupponeva, nel contempo, la pubblicazione online di un annuncio da parte del locatore e una richiesta individuale del locatario interessato, integrando così tutte le condizioni cumulative di cui all’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della Direttiva 2015/1535 e costituendo, parimenti, un “servizio della società dell’informazione” ai sensi della Direttiva 2000/31.

Un servizio di mediazione, tuttavia, non è qualificabile come “servizio della società dell’informazione” qualora costituisca parte integrante di un servizio complessivo il cui elemento principale è un servizio al quale va riconosciuta una diversa qualificazione giuridica[5]. Secondo la Corte, questo non si era verificato nel caso di specie. Benché, infatti, il servizio di mediazione fornito dalla Airbnb avesse per obiettivo di consentire la locazione di un alloggio, esso presentava un carattere distinto dall’operazione immobiliare locatizia, in quanto non mirava unicamente alla realizzazione immediata di una prestazione di alloggio, e bensì, in base all’elenco degli alloggi disponibili inseriti sulla piattaforma, a fornire uno strumento che agevolava la conclusione di contratti vertenti su operazioni future. Di conseguenza, era la creazione di un elenco vantaggioso sia i locatori che per i locatari che costituiva la caratteristica essenziale della piattaforma gestita dalla Airbnb. La raccolta delle offerte presentate in modo coordinato con l’aggiunta di strumenti per la loro ricerca, localizzazione e confronto, dunque, costituiva un servizio che non poteva essere considerato come un semplice accessorio rispetto ad un servizio complessivo al quale andava applicata una qualifica giuridica diversa. Pertanto, un servizio di mediazione come quello fornito dalla Airbnb non può essere considerato parte integrante di un servizio complessivo il cui elemento principale consiste in una prestazione locatizia.

Questa conclusione non viene smentita dalle altre prestazioni fornite dalla Airbnb[6] che, al contrario, esse si, presentavano carattere accessorio, in quanto non costituivano per il locatore un fine in sé, e bensì il mezzo per beneficiare del servizio di mediazione di Airbnb e per offrire prestazioni locatizie alle migliori condizioni[7]. Inoltre, le modalità di funzionamento di un servizio di mediazione come quello fornito dalla Airbnb non possono essere assimilate a quelle del servizio oggetto della sentenza Uber France[8], in cui la Corte aveva statuito che la Uber esercitava un’influenza decisiva sulle condizioni della prestazione di trasporto degli autisti non professionisti che facevano uso dell’applicazione messa a loro disposizione[9].

Con il secondo quesito, il giudice del rinvio chiedeva alla Corte se l’articolo 3, paragrafo 4, della Direttiva 2000/31[10] debba essere interpretato nel senso che un privato può opporsi al fatto che siano applicate nei suoi confronti, nell’ambito di un procedimento penale con costituzione di parte civile, determinate misure di uno Stato membro che limitano la libera circolazione di un servizio della società dell’informazione, che esso fornisce a partire da un altro Stato membro, quando dette misure non soddisfano tutte le condizioni stabilite.

La Corte ha preliminarmente ricordato come, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 4, lettera b), secondo trattino, della Direttiva 2000/31, qualora intenda prendere provvedimenti in deroga al principio della libera circolazione dei servizi della società dell’informazione, uno Stato Membro deve preventivamente informare la Commissione e lo Stato Membro sul cui territorio il fornitore del servizio interessato è stabilito. Poiché ciò non era avvenuto nel caso di specie, occorre determinare se l’inosservanza di tale obbligo comporti l’inopponibilità ai privati della normativa in questione da parte dello Stato Membro interessato[11].

Secondo la Corte, lo scopo della Direttiva 2000/31 è di garantire la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione tra gli Stati Membri[12]. Questo obiettivo viene perseguito mediante un meccanismo di controllo che consente alla Commissione e allo Stato Membro sul cui territorio il fornitore del servizio è stabilito di assicurarsi che le misure adottate siano necessarie al fine di soddisfare motivi imperativi di interesse generale. La Commissione, inoltre, nel caso in cui i provvedimenti previsti siano incompatibili con il diritto dell’Unione, ha l’obbligo di chiedere allo Stato Membro interessato di astenersi dall’adottarli o di revocarli urgentemente[13]. Di conseguenza, l’obbligo di previa notifica di cui all’articolo 3, paragrafo 4, lettera b), secondo trattino, della Direttiva 2000/31 non costituisce un semplice obbligo di informazione, e bensì un obbligo procedurale sostanziale che giustifica l’inopponibilità ai privati dei provvedimenti non notificati[14].

L’inopponibilità di un provvedimento non notificato che limiti la libera prestazione dei servizi della società dell’informazione può essere invocata in occasione non solo di un procedimento penale[15], ma anche in una controversia tra privati[16]. Pertanto, poiché nel caso di specie un privato chiedeva ad un altro di essere risarcito per un danno che traeva origine dalla violazione imputata, l’inosservanza, da parte dello Stato Membro, del relativo obbligo di notifica ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 4, lettera b), secondo trattino, della Direttiva 2000/31 rendeva il provvedimento in questione inopponibile.

Per questi motivi, la Corte ha dichiarato che:

“L’articolo 2, lettera a), della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno («direttiva sul commercio elettronico»), che fa rinvio all’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della direttiva (UE) 2015/1535 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 settembre 2015, che prevede una procedura d’informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione, dev’essere interpretato nel senso che un servizio di mediazione, che ha lo scopo, tramite una piattaforma elettronica, di mettere in contatto, dietro retribuzione, potenziali locatari con locatori, professionisti o meno, che offrono servizi di alloggio di breve durata, e che fornisce, nel contempo, anche un certo numero di prestazioni accessorie a detto servizio di mediazione, dev’essere qualificato come «servizio della società dell’informazione», disciplinato dalla direttiva 2000/31.

L’articolo 3, paragrafo 4, lettera b), secondo trattino, della direttiva 2000/31 dev’essere interpretato nel senso che un privato può opporsi al fatto che siano applicate nei suoi confronti, nell’ambito di un procedimento penale con costituzione di parte civile, determinate misure di uno Stato membro che limitano la libera circolazione di un servizio della società dell’informazione, che esso fornisce a partire da un altro Stato membro, quando queste misure non sono state notificate conformemente a detta disposizione”.