Con la sentenza n. 898 del 16 gennaio 2018, la Cassazione Civile a Sezioni Unite ha superato il contrasto giurisprudenziale venutosi a creare in tema di validità del contratto bancario recante la sottoscrizione del solo cliente.

Come noto, sia l’art. 23 del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (“TUF”) che l’art. 117 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (“TUB”) prevedono la forma scritta dei contratti bancari e di quelli relativi alla prestazione di servizi di investimento e accessori e l’obbligo di consegnare una copia al cliente. Parimenti le citate norme stabiliscono che nel caso di inosservanza della forma prescritta il contratto è nullo.

Le ultime pronunce della Suprema Corte avevano confermato che il contratto bancario privo di  sottoscrizione da parte della banca si configura come un mero atto ricognitivo dell'avvenuta stipula e, quindi, inidoneo, ad integrare la forma scritta ad substantiam, a nulla rilevando che la banca abbia poi prodotto in giudizio detto contratto, posto che laddove la forma scritta è richiesta ad substantiam, la produzione in giudizio della scrittura da parte del contraente che non l'ha sottoscritta realizza un equivalente della sottoscrizione e, quindi, vale a perfezionare il contratto, ma soltanto con effetto ex nunc e non ex tunc (in tal senso, da ultimo, Cass. civ., Sez. I, 3 gennaio 2017, n. 36).

Anche la fattispecie portata all’attenzione delle Sezioni Unite riguardava un caso in cui la Corte di Appello, in riforma della sentenza resa dal Tribunale, aveva dichiarato la nullità di alcune operazioni di investimento effettuate da clienti di una banca, per mancanza di un valido contratto quadro. Secondo la Corte di merito, poiché in giudizio era stato prodotto unicamente un modulo contrattuale predisposto dalla banca e sottoscritto dai clienti, detto modulo fosse da ritenersi alla stregua di una semplice proposta, inidonea a dar vita al contratto o anche solo a provarne la stipula, proprio per la violazione dell’obbligo di forma scritta previsto a pena di nullità.

In precedenza, il Tribunale aveva invece ritenuto che la forma scritta varrebbe a tutelare solo l’investitore, e analoghe ragioni di tutela non potrebbero ravvisarsi in capo alla banca, cosicché l’investitore che ha firmato il contratto non avrebbe interesse a sollevare l’eccezione; ciò in conformità con un diverso indirizzo giurisprudenziale confermato anche dalla sentenza della Suprema Corte n. 4564 del 22 marzo 2012 (a sua volta confermata dall’ordinanza n. 17740 del 7 settembre 2015), che aveva escluso la nullità del contratto per difetto di forma, rilevando come in presenza di ordini di investimento successivi e comunicazioni di estratti conto, doveva ritenersi che il contratto avesse avuto pacifica esecuzione, anche perché la sua produzione in giudizio realizzerebbe un valido equivalente della sottoscrizione mancante.

Sebbene non vi fosse un vero e proprio contrasto giurisprudenziale, in virtù del prevalente orientamento sulla nullità del contratto monofirma, il ricorso per cassazione proposto dalla banca è stato comunque assegnato alle sezioni unite ex art. 374, comma 2, c.p.c., in relazione alla seguente questione di massima di particolare importanza: “se il requisito della forma scritta del contratto di investimento esiga, oltre alla sottoscrizione dell’investitore, anche la sottoscrizione ab substantiam dell’intermediario”.

Il Giudice di legittimità ha in primo luogo chiarito che la previsione di forma scritta a pena di nullità nell’intermediazione finanziaria riguarda unicamente il contratto quadro, che la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto accostabile per alcuni aspetti al mandato, e non riguarda invece i singoli servizi di investimento o disinvestimento, la cui validità non è soggetta a requisiti formali (salvo eventuale diversa previsione convenzionale contenuta nel contratto quadro).

Le Sezioni Unite hanno quindi precisato che la nullità di forma prevista dall’art. 23 TUF (e anche dall’art. 117 TUB) è posta nell’interesse del cliente, nel cui interesse è anche previsto l’obbligo, da parte della banca, di consegna del contratto, il cui contenuto deve rimanere a disposizione dell’investitore, per consentirgli di verificare, in corso di rapporto, il rispetto delle modalità di esecuzione e le regole che riguardano la vigenza del contratto.

Pertanto, secondo la Cassazione, sarebbe difficilmente sostenibile che la sottoscrizione da parte del delegato della banca sia necessaria ai fini della validità del contratto-quadro, una volta che l’accordo risulti provato (per sottoscrizione dell’investitore e per avere la banca consegnato all’investitore il contratto e averlo poi eseguito), potendo risultare il consenso della banca a mezzo dei comportamenti concludenti.

Proprio in base a detta interpretazione, la Corte ha affermato il principio di diritto per cui “il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo a servizi di investimento, disposto dall’art. 23 TUF (ma applicabile anche al caso dell’art. 117 TUB per i contratti bancari), è rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell’investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti”.

Il principio affermato dalle Sezioni Unite, quindi, trae spunto dalla natura “relativa” della nullità prevista per il caso di difetto di forma, che solo il cliente può far valere, per cui non potrebbe ammettersi l’esistenza di un singolare contratto a forma scritta obbligatoria per una sola delle parti e con effetti obbligatori solo per l’altra parte che nulla ha sottoscritto. Ne consegue che a fronte di una nullità che solo l’investitore può far valere, parrebbe eccessivamente sanzionatorio ritenere, sulla scorta di quanto affermato da autorevole dottrina, che la normativa di cui si discute sarebbe intesa a tutelare, oltre che il cliente, anche la buona organizzazione della banca, con ciò legittimando la nullità del contratto-quadro in difetto di sottoscrizione della banca.

Pertanto, appare preferibile una giusta ponderazione di interessi che porta ad escludere la sanzione della nullità laddove sia dimostrato che, il contratto sia stato firmato dal cliente e sia stato a questi regolarmente consegnato, ed è legittimo ritenere che in futuro l’oggetto dei giudizi sarà prevalentemente incentrato proprio sulla prova di tale consegna.