La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 5087 del 5 marzo 2014, ha affrontato una questione molto dibattuta circa l’applicabilità della disciplina del possesso e, pertanto, dell’usucapione, d’azienda intesa come bene unitario distinto dalla somma dei beni che la compongono.

Tale decisione si discosta notevolmente dal precedente orientamento, il quale negando il valore unitario all’azienda, ammetteva, al contrario, il possesso e quindi l’usucapione dei singoli beni, mobili o immobili che la compongono. Infatti, sia l’art. 1158 c.c. relativo all’usucapione di beni immobili e di diritti reali immobiliari nonché l’art. 1160 c.c. relativo alle universalità di beni mobili non sarebbero suscettibili di estensione analogica

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, prescindendo dal prendere una posizione tra le due contrapposte teorie, si è limitata a prendere atto che il Legislatore ha riconosciuto una unità economica all’azienda portando ad un implicito accoglimento di tutte le soluzioni unitarie sia sotto il profilo della proprietà che sotto il profilo del possesso.

Le conseguenze di tale decisione sono molteplici poiché riconoscendo all’azienda l’applicazione delle norme sul possesso e sull’usucapione ne deriva conseguentemente anche il riferimento alle azioni a tutela del possesso quali l’azione di reintegrazione e di manutenzione. Tali azioni a tutela del bene azienda, considerata quale “complesso organizzato di beni” potrebbe altresì giustificarne l’applicazione nel caso particolare di storno di dipendenti.

Restano, ad ogni modo, da chiarire alcune precisazioni relativamente alla circolazione dei beni che compongono l’azienda nonché ovviamente le tempistiche di riferimento che dovranno applicarsi per vedersi attribuito il diritto di usucapione del bene azienda e, pertanto, se di dieci anni in applicazione dell’art. 1161 codice civile ovvero di venti anni stante la disciplina dettata per l’universalità di mobili ex art. 1160 codice civile.