Il Tribunale Ue, con la sentenza del 14 maggio 2013, nelle Cause T-321/11 e T-322/11, ha ricordato che, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009, l’esistenza di un marchio anteriore non registrato o di un segno diverso da un marchio legittima l’opposizione se essi soddisfano i seguenti requisiti: essere utilizzati nella normale prassi commerciale; avere una portata non solamente locale; attribuire al loro titolare il diritto di vietare l’uso di un marchio più recente; il diritto ai segni in parola deve essere stato acquisito conformemente alla normativa dell’Unione o al diritto dello Stato membro in cui i segni sono stati utilizzati prima della data di deposito della domanda di marchio comunitario [v., per analogia, sentenza del Tribunale del 30 giugno 2009, Danjaq/UAMI – Mission Productions (Dr. No), T‑435/05, Racc. pag. II‑2097, punto 35e giurisprudenza ivi citata].

In particolare, il Tribunale UE, in relazione al requisito indicato all’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009, secondo il quale il segno di cui trattasi deve essere «utilizzato nella normale prassi commerciale», ha chiarito che occorre, in sostanza, che il segno debba costituire l’oggetto di un uso commerciale corrisponde all’usuale accezione di detti termini (sentenza della Corte del 29 marzo 2011, Anheuser-Busch/Budějovický Budvar, C‑96/09 P, Racc. pag. I‑2131; in prosieguo: la «sentenza Anheuser-Busch», punto 144).

Ne consegue che un segno è utilizzato nella normale prassi commerciale qualora il suo uso si collochi nel quadro di un’attività commerciale finalizzata a un vantaggio economico, e non nell’ambito privato [sentenza del Tribunale del 9 luglio 2010, Grain Millers/UAMI – Grain Millers (GRAIN MILLERS), T‑430/08, non pubblicata nella Raccolta, punto 28].

Dalla giurisprudenza risulta, peraltro che, per poter impedire la registrazione di un nuovo segno sulla base dell’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009, il segno che viene invocato a sostegno dell’opposizione deve essere effettivamente utilizzato in modo sufficientemente significativo nella normale prassi commerciale e deve avere un’estensione geografica che non sia puramente locale, il che implica, qualora il territorio di protezione di tale segno possa essere considerato di estensione diversa dalla locale, che la suddetta utilizzazione abbia luogo in una parte rilevante di tale territorio (sentenza Anheuser-Busch, punto 32 supra, punto 159).

Al fine di stabilire se ricorra tale ipotesi, occorre tener conto della durata e dell’intensità dell’uso di tale segno, in quanto elemento distintivo per i suoi destinatari, che sono tanto gli acquirenti e i consumatori, quanto i fornitori e i concorrenti (sentenza Anheuser-Busch, punto 32 supra, punto 160).

Infine, il Tribunale UE ha ricordato che occorre applicare al requisito dell’uso nella normale prassi commerciale del segno invocato a sostegno dell’opposizione un criterio cronologico identico a quello espressamente previsto all’articolo 8, paragrafo 4, lettera a), del regolamento n. 207/2009, per quanto riguarda l’acquisizione del diritto sul segno in parola, vale a dire il criterio della data di deposito della domanda di registrazione del marchio comunitario (sentenza Anheuser-Busch, cit., punti da 166 a 168).

Tali requisiti sono cumulativi. Quando un segno non soddisfa uno di essi, l’opposizione fondata sull’esistenza di un marchio non registrato o di altri segni utilizzati nella normale prassi commerciale ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009 non può essere accolta (sentenza Dr. No, punto 29 supra, punto 35).

Pertanto, con la sentenza in esame, il Tribunale ha respinto l’argomento del ricorrente, secondo il quale la sola circostanza che il nome di dominio «partitodellaliberta.it» gli fosse stato attribuito dall’autorità competente in Italia per la registrazione di tali nomi di dominio proverebbe l’uso di detto nome di dominio nella normale prassi commerciale, tenuto conto della visibilità che ne consegue sulla rete Internet.

Per il Tribunale UE, è possibile che un nome di dominio corrispondente a un sito Internet costituisca oggetto di un utilizzo nella normale prassi commerciale e, a condizione che gli altri requisiti previsti dall’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009 siano soddisfatti, possa costituire un motivo valido di opposizione avverso la registrazione di un marchio comunitario in applicazione di tale disposizione.

Risulta, tuttavia, dalla giurisprudenza citata, che ciò vale soltanto nel caso in cui sia dimostrato che detto nome di dominio è effettivamente utilizzato nel quadro di un’attività commerciale finalizzata a un vantaggio economico. Orbene, la sola registrazione di un nome di dominio, che costituisce un’operazione tecnica volta unicamente a permettere al suo titolare di utilizzarlo sulla rete Internet per un lasso di tempo determinato, non può costituire in sé la prova di un tale utilizzo in assenza di elementi concreti che dimostrino che tale è il caso.

Nel caso in esame, il Tribunale UE ha chiarito che non essendo il ricorrente riuscito a dimostrare l’uso del nome di dominio «partitodellaliberta.it» nella normale prassi commerciale, non e’ necessario esaminare se gli altri requisiti previsti ai fini dell’attuazione dell’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009 siano soddisfatti nella fattispecie, in particolare, quanto all’acquisizione, da parte del ricorrente, di un diritto su detto nome di dominio che gli consenta di vietare l’utilizzo di un marchio più recente.

Per il Tribunale UE, quindi, ne consegue che l’unico motivo, vertente sulla violazione dell’articolo 8, paragrafo 4, del regolamento n. 207/2009, deve essere respinto in quanto infondato, così come i ricorsi nel loro insieme, senza che occorra pronunciarsi sulla ricevibilità del secondo e del terzo capo delle conclusioni del ricorrente, diretti a chiedere al Tribunale, da una parte, di annullare le decisioni della divisione di opposizione del 14 maggio 2010 e, dall’altra parte, di riformare la decisione impugnata nella causa T‑321/11,nonché la decisione impugnata nella causa T‑322/11, dichiarando fondate le opposizioni proposte avverso le domande di registrazione dei marchi comunitari di cui trattasi.