Il Codice della Proprietà Industriale del 2005, come già la precedente Legge Invenzioni del 1939, distingue chiaramente l’invenzione dalla scoperta. In particolare, all’Articolo 45(2)(a), vengono esplicitamente escluse dalla brevettabilità le scoperte, accorpandole alle teorie scientifiche e ai metodi matematici. Il Codice dunque, e non potrebbe essere altrimenti, assume nel testo di legge una distinzione propria della lingua italiana: A differenza della scoperta, che riguarda il ritrovamento o l’individuazione di cose, realtà, relazioni sconosciute ma già esistenti, l’invenzione è per lo più legata allo studio, alla sperimentazione, alla ricerca empirica o scientifica[1]. Curioso è il fatto che il Codice non fornisca alcuna definizione, né del termine scoperta né paradossalmente del termine invenzione, limitandosi ad usarli e confidando evidentemente nel significato corrente che viene loro attribuito. In effetti la distinzione risulta solitamente piuttosto chiara e quindi facile da spiegare anche ai non addetti ai lavori, nei casi in cui capiti di accennare alle varie esclusioni previste dall’Articolo 45.

Ciò detto, un dubbio è più che lecito: è sempre stato così? Che origine ha la distinzione tra scoperta e invenzione? In effetti chi affronti la questione dal punto di vista linguistico, con un minimo di attenzione all’etimologia, non faticherà a notare come invenzione derivi dal verbo latino invenio, letteralmente trovare, esattamente come il verbo rinvenire. Sembra dunque che i latini non distinguessero l’invenzione dalla scoperta. Non potendo approfondire questa questione, non ci resta che constatare come questa assimilazione si sia trasferita direttamente nell’italiano delle origini. Ad esempio Dante, vestendo i panni del trattatista, scrive[2]: “Secondo lo cercamento e la invenzione che ha fatto l’umana ragione con l’altre sue arti, lo diametro del corpo del sole è cinque volte quanto quello de la terra”. Dante dunque usa la parola invenzione per indicare il risultato di osservazioni, confronti e calcoli che hanno portato a stimare il diametro del sole rispetto a quello della terra. A parte l’errore nel risultato (ma Dante dice che nell’opinione comune il sole aveva diametro di un piede!) quello che si nota è che agli inizi del Trecento l’invenzione riguardava ancora la definizione di qualcosa che già esisteva.

Questa accezione del significato è peraltro rimasta in un paio di usi specialistici, in ambito ecclesiastico e giuridico rispettivamente, dove si sono conservati come dei fossili, protetti dallo scorre del tempo e dal mutare della lingua. A rigore, nel significato del Codice della Proprietà Industriale, l’espressione Invenzione della Croce indicherebbe il risultato del lavoro di un oscuro quanto sadico funzionario del mondo antico che avesse escogitato un nuovo supplizio tramite cui eseguire le condanne a morte di malfattori e schiavi. Con tale espressione invece, le chiese cristiane indicano e celebrano il miracoloso ritrovamento della Vera Croce da parte di Sant’Elena, madre di Costantino. Analogamente, in ambito giuridico, resiste ancora l’invenzione di un tesoro. Pur essendo molti i tesori puramente immaginari (quello dei Templari e quello di Oak Island sono tra i più amati), tale espressione non si riferisce affatto al risultato di un’operazione di fantasia. L’invenzione di un tesoro, espressione che si è mantenuta nei secoli e che ci è arrivata intatta tramite alcuni codici preunitari[3], indica esattamente il ritrovamento di un tesoro.

Alla luce di tutto questo, dunque, è lecito chiedersi quando e come il significato della parola invenzione abbia virato verso l’accezione che le attribuiamo oggi. Ebbene secondo alcuni autori[4], il primo a sancire questa svolta sarebbe stato nientedimeno che Leonardo da Vinci. Se così fosse, oltre ad una serie innumerevole di dispositivi meccanici, Leonardo sarebbe anche l’inventore dell’invenzione, nel senso della parola!