Il d.l. 21 giugno 2013, n. 69 (“Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” o “Decreto Fare”) ha integralmente riscritto la disposizione dell’art. 243 d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (“Codice dell’ambiente”) in materia di acque di falda emunte nell’ambito di interventi di bonifica e di messa in sicurezza di un sito.

Il testo della norma richiamata, in particolare, è stato ulteriormente emendato in sede di conversione in legge (l. 9 agosto 2013, n. 98), sino alla sua versione definitiva, entrata in vigore il 21 agosto 2013.

Innanzitutto il legislatore, rispetto alla versione precedente, ha modificato il titolo della disposizione, da “acque di falda” all’espressione più pertinente e corretta di “gestione delle acque sotterranee emunte”.

In quest’ambito, il legislatore è intervenuto in più direzioni.

La prima novità in evidenza, molto attesa dagli operatori del settore, è contenuta al quarto comma della nuova disposizione, laddove si chiarisce che “le acque emunte convogliate tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il punto di prelievo di tali acque con il punto di immissione delle stesse, previo trattamento di depurazione, in corpo ricettore, sono assimilate alle acque reflue industriali che provengono da uno scarico e come tali soggette al regime di cui alla parte terza”.

La disposizione prende posizione su un dibattito interpretativo mai definitivamente risolto né dalla giurisprudenza né dal legislatore sulla “natura” delle acque di falda emunte e trattate.

In particolare, durante la vigenza del d. lgs. n. 5 febbraio 1997, n. 22 (“decreto Ronchi”) e del relativo

D.M. n. 471/1999, in assenza di una chiara indicazione legislativa, si era diffusa la tesi che queste ultime dovessero essere qualificate come “rifiuti”. Questo orientamento traeva origine da una prassi consolidatasi nell’ambito delle operazioni di messa in sicurezza e di bonifica delle falde acquifere sotterranee all’interno dei c.d. “siti di  interesse nazionale” (“SIN”): il Ministero dell’Ambiente era solito condizionare l’approvazione dei piani di intervento che prevedevano pozzi di emungimento delle acque di falda contaminate e di trattamento delle stesse, all’utilizzo di sistemi c.d. di “pump and treat” autorizzati come “impianti mobili di smaltimento rifiuti” dalla Regione interessata.

Tale opzione interpretativa, adottata successivamente in modo spesso acritico da tutte le pubbliche amministrazioni e dagli enti di controllo, imponeva una serie di obblighi  assai  onerosi  a  carico  delle imprese coinvolte: il rilascio di (costose) autorizzazioni alla gestione di rifiuti, l’iscrizione all’Albo Nazionale Gestori, l’assoggettamento (in alcuni casi) alle procedure di  V.I.A.,  l’adozione  di  complessi presidi tecnologici complessi per assicurare il rispetto dei limiti di emissione di cui al D.M. n. 471/1999 ben più restrittivi degli ordinari limiti in materia di scarichi di acque reflue industriali di cui alla parte III del Codice dell’Ambiente.

Il legislatore del 2006, all’art. 243 comma 1 (versione previgente) aveva preso una prima posizione sulla questione affermando che “le acque di falda emunte dalle falde sotterranee, nell’ambito di interventi di bonifica o di messa in sicurezza di un sito, possono essere scaricate, direttamente o dopo essere state utilizzate in cicli produttivi in esercizio nel sito stesso, nel rispetto dei limiti di emissione di acque reflue industriali in acque superficiali di cui al presente decreto”. Nonostante la formulazione apparentemente chiara della norma, la mancata indicazione della natura giuridica del refluo di un impianto di “pump and treat” è stata interpretata dalle pubbliche amministrazioni come un tacito riconoscimento della sua natura di “rifiuto”: di qui l’esigenza di un nuovo intervento del legislatore.

La nuova  formulazione  proposta dal  legislatore  nel  Decreto Fare (e  ribadita  in sede  di conversione  in legge) afferma in modo esplicito che le acque di falda emunte, a valle del trattamento di depurazione, sono assimilate alle “acque reflue industriali” e quindi soggette agli stessi limiti per queste previste dalla parte III del Codice dell’Ambiente, a condizione che siano convogliate “tramite un sistema stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il punto di prelievo di tali acque con il punto di immissione delle stesse […] in corpo ricettore”, secondo la consolidata formula che connota  uno “scarico” in senso proprio.

La nuova norma, all’esito degli emendamenti introdotti in sede  di  conversione,  stabilisce,  inoltre,  un ordine di priorità rispetto alle azioni da intraprendere in caso di rilevato inquinamento di acque sotterranee, sintetizzabile nei seguenti passaggi.

L’adozione delle necessarie misure di sicurezza e prevenzione dell’inquinamento (anche con l’adozione di sistemi “pump and treat”) non può esonerare l’inquinatore dall’individuare e adottare le “migliori tecniche disponibili” per “eliminare” o “isolare” le fonti di contaminazione “dirette ed indirette”.

Nell’ambito delle misure da adottare per il conseguimento di questi ultimi obiettivi, il ricorso al “barrieramento fisico” (tecnica molto utilizzata nelle attuali procedure di messa in sicurezza e bonifica) è possibile solo ove tutte le altre tecniche alternative non siano praticabili.

La norma, infine, impone di considerare l’opzione dell’utilizzo delle acque emunte nei cicli produttivi in un’ottica di risparmio della risorsa idrica.

A chiusura della disposizione il legislatore ribadisce la necessità che il trattamento di depurazione delle acque emunte debba tendere ad una “effettiva riduzione” della massa degli inquinanti scaricati nel corso ricettore “al fine di evitare il mero trasferimento della contaminazione presente nelle acque sotterranee ai corpi idrici superficiali

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