Lo scorso 11 maggio l’avvocato generale Szpunar (AG) ha rilasciato le proprie conclusioni nell’ambito di un rinvio pregiudiziale sollevato dai giudici spagnoli nel contesto di una controversia promossa da un’associazione rappresentativa dei tassisti di Barcellona che aveva chiesto l’inibitoria del servizio UberPop (ossia, il servizio di trasporto è erogato da singoli conducenti non professionisti con i propri autoveicoli) ritenendo che tali attività costituissero atti di concorrenza sleale.

In tale controversia Uber Spagna negava di aver commesso una simile violazione nella misura in cui – a sua detta - svolgeva una mera attività di promozione del servizio per conto della Uber BV, la società olandese che gestisce l’applicazione Uber. Pertanto, posto che la vicenda pendente richiedeva di interpretare diverse disposizioni del diritto dell’UE (in particolare la Direttiva 2006/123, relativa ai servizi nel mercato interno e soprattutto la Direttiva 2000/31 sul commercio elettronico) per sciogliere la questione (i) della qualificazione di Uber come società di trasporto ovvero di società che forniva un servizio internet (c.d. società dell’informazione); (ii) e delle conseguenze che derivavano da tale qualificazione in termini di libera circolazione dei servizi, i giudici spagnoli avevano ritenuto di sollevare questione pregiudiziale dinanzi alla Corte di Giustizia (CdG).

Per l’AG, Uber è una società di trasporto esattamente come un tradizionale taxi. Per giungere a tale, a dire il vero sorprendente, conclusione, l’AG parte dalla definizione di “servizio della società dell’informazione” (ossia un servizio prestato dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario) per evidenziare che Uber, permettendo di reperire un conducente e di metterlo in contatto con il potenziale passeggero per realizzare una prestazione di trasporto urbano a richiesta, costituisce un “servizio misto” posto che una parte avviene per via elettronica e l’altra no. Inoltre l’AG rileva che gli autisti di Uber “…non hanno una attività autonoma indipendente dalle piattaforme…” e che il prestatore di servizio erogato per via elettronica (la piattaforma Uber) esercita un’influenza decisiva sulle condizioni di erogazione del servizio. Per queste ragioni, sostiene l’AG, i due “segmenti” rappresentano un insieme inscindibile in cui quello che attribuirebbe il significato economico dell’operazione è la prestazione di trasporto. Pertanto, nella misura in cui la prestazione di “…messa in contatto del passeggero con il conducente…” non è né autonoma né principale rispetto alla prestazione di trasporto “…la società Uber, pur innovativa, è una società di trasporto…” e “…a Uber può essere quindi chiesto di ottenere le necessarie licenze e autorizzazioni, ai sensi della legislazione nazionale…”.

Nel motivare le proprie conclusioni, l’AG aggiunge, in maniera piuttosto confusa, che una diversa qualificazione dell’attività di “messa in contatto” svolta da Uber come “servizio della società dell’informazione” indipendente dalla prestazione di trasporto non permetterebbe di conseguire gli obiettivi alla base della Direttiva 2000/31 (che prevede che gli Stati non possono limitare la libera circolazione dei servizi provenienti da un altro Stato membro salvo ragioni inter alia di ordine pubblico, pubblica sicurezza e tutela dei consumatori e solo con provvedimenti proporzionali a tali obiettivi) in quanto, quand’anche la “messa in contatto” fosse liberalizzata, gli Stati membri potrebbero renderne impossibile lo svolgimento regolamentando l’attività di trasporto e si avrebbe un risultato perverso per cui il funzionamento della piattaforma non sarebbe formalmente vietato, ma l’attività di trasporto non potrebbe essere svolta legalmente. La Direttiva 2000/31 osterebbe al requisito dell’autorizzazione ad erogare un servizio siffatto a meno che non sussista una delle ragioni sopra descritte, laddove tuttavia la sola ragione deducibile per derogare alla libera prestazione del servizio della piattaforma sarebbe quella attinente alla trasparenza nella fissazione dei prezzi, rientrante nell’ambito della tutela dei consumatori, che per l’AG non soddisfarebbe il criterio di proporzionalità previsto espressamente dalla Direttiva 2000/31.

In conclusione, mentre in Italia prevale l’incertezza sulla possibile riforma del trasporto pubblico non di linea e sulle sorti del reclamo di Uber contro l’ordinanza del Tribunale di Roma che prima ha bloccato il servizio per atti di concorrenza sleale e poi sospeso il blocco in via cautelare, l’AG sembra aver preso una chiara posizione nei confronti di Uber. Se la CdG dovesse confermare la sua presa di posizione (non vincolante), potrebbero aprirsi nuovi scenari per gli Stati membri per intervenire in relazione alle vicende che vedono i tassisti opporsi a Uber.