In data 24 gennaio 2017, la Corte Costituzionale ha depositato la sentenza 16/2017, pronunciandosi sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 26, comma 3, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, sollevata dal Tribunale regionale amministrativo del Lazio, sezione III-ter in relazione all’art. 1 del Protocollo addizionale n. 1 alla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e all’art. 6, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea, e per contrasto, altresì, con l’art. 77 Cost.

L’art. 26 del decreto-legge n. 91 del 2014, come convertito dalla legge n. 116 del 2014, aveva previsto una rimodulazione, a scelta dell’operatore, della tariffa incentivante per l’energia prodotta da impianti fotovoltaici di potenza nominale superiore a 200 KW al fine di ottimizzare la gestione dei tempi di raccolta ed erogazione degli incentivi e favorire una migliore sostenibilità nella politica di supporto alle energie rinnovabili[1].

La sentenza de qua fornisce le motivazioni della decisione anticipata con comunicato del 7 dicembre 2016, con cui la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale. Di seguito i principali passaggi argomentativi che hanno condotto a tale pronuncia.

1. Sulla violazione dell’art. 77 Cost.

La Corte Costituzionale ha, in prima battuta, esaminato la censura di violazione dell’art. 77 Cost., in quanto logicamente pregiudizievole rispetto ad ogni altra doglianza.

Le Ordinanze di rinvio avevano motivato il contrasto del comma 3 e del comma 2 dell’art. 26 del decreto-legge n. 91 del 2014 in ragione della presunta mancanza dei presupposti della straordinarietà ed urgenza, ricavata dalla non immediata applicazione di talune sue disposizioni.

Da parte sua, la Corte Costituzionale ha ritenuto che “[…] l’obiettivo immediato del decreto legge, con la rimodulazione delle incentivazioni sulla base dell’opzione effettuata dall’operatore e comunque, in caso negativo, con l’imposizione ex lege di una delle tre alternative, è d’immediata applicazione e ne realizza di per sé la finalità […]”.

2. Sulla violazione del legittimo affidamento riposto nella conservazione delle posizioni di vantaggio riconosciute ai fruitori degli incentivi nelle convenzioni stipulate con il GSE.

In apertura del punto 8 del considerato in diritto, la Corte Costituzionale ha chiarito che “[…] la tutela dell’affidamento non comporta che, nel nostro sistema costituzionale, sia assolutamente interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali modifichino sfavorevolmente la disciplina dei rapporti di durata […]” sempre che dette disposizioni non trasmodino “in un regolamento irrazionale” e non incidano “[…] sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, frustrando così anche l’affidamento del cittadino nella sicurezza pubblica”.

Su questa base, la Corte Costituzionale ha escluso che la norma impugnata abbia inciso in modo irragionevole, arbitrario e imprevedibile sui rapporti di durata riconducibili alle convenzioni stipulate dai fruitori degli incentivi con il GSE. Secondo la Consulta, il legislatore del 2014 è intervenuto, con logica perequativa, per “[…] coniugare la politica di supporto alla produzione di energia da fonte rinnovabile con la maggiore sostenibilità dei costi correlativi a carico degli utenti finali dell’energia elettrica” a fronte di una situazione nella quale era venuto in rilievo il crescente peso economico degli incentivi al fotovoltaico sui consumatori finali di energia elettrica, per essere tali incentivi ricompresi nella componente A/3 della bolletta, tra gli oneri generali del sistema elettrico.

Pur riconoscendo che “[…] il regime di sostegno delle energie rinnovabili si presenta assistito da caratteristiche di stabilità a lungo termine per rispondere all’esigenza di creare certezza per gli investitori […]”, la Corte Costituzionale, al punto 8.3 del considerato in diritto, ha esplicitato che “la garanzia di costanza dell’incentivo per tutto il periodo di diritto non implica però, come necessaria conseguenza, che la correlativa misura debba rimanere, per venti anni, immutata e del tutto impermeabile alle variazioni proprie dei rapporti di durata. Ciò ancor più ove si consideri che le convenzioni stipulate con il Gestore non sono riconducibili a contratti finalizzati ad esclusivo profitto dell’operatore […]”. A sostegno, la Corte ha considerato che precedenti atti normativi avevano già preannunciato la possibilità di rivedere le modalità di incentivazione e che, pertanto, la rimodulazione degli incentivi attivata dalla norma impugnata, non presentava caratteri di “imprevedibilità[2].

Le disposizioni impugnate, a parere della Consulta, non ledono gli investimenti effettuati, peraltro “salvaguardati dalla gradualità della rimodulazione, dalla varietà delle opzioni previste dalla legge e dalle misure compensative […][3]”.

3. Sulla violazione degli artt. 3 e 41 Cost. in relazione ai profili di disparità di trattamento.

La Corte ha ritenuto ragionevole prevedere la rimodulazione delle tariffe solo relativamente agli impianti di potenza nominale eccedente i 200 KW perché questi “[…] assorbono la maggior quantità di incentivi, con corrispettivo maggior onere di sistema”. La deroga in favore di enti locali e scuole è stata invece giustificata da “ragioni di rispondenza a pubblico interesse”.

4. Sulla lesione dell’autonomia privata in ragione dell’incidenza della contestata riduzione delle tariffe incentivanti su negozi di diritto privato.

In conclusione, al punto 12 del considerato in diritto, la Corte Costituzionale ha ribadito il principio, più volte affermato in giurisprudenza, secondo il quale “[…] non è configurabile una lesione della libertà di iniziativa economica allorché l’apposizione di limiti di ordine generale al suo esercizio corrisponda all’utilità sociale, come sancito dall’art. 41, secondo comma, Cost. […]”, affermando come le disposizioni di cui al decreto legge n. 91 del 2014 abbiano determinato una riduzione e rimodulazione degli incentivi finalizzate appunto all’utilità sociale.

Per tutte queste ragioni, la Corte Costituzionale ha giudicato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 26 del decreto legge n. 91 del 2014. La prossima evoluzione del mercato giudicherà l’impatto della decisione sulle scelte degli investitori.