In data 24 settembre, la Corte Suprema dell’Inghilterra e del Galles si è pronunciata in merito alla prorogation del Parlamento indetta da Boris Johnson lo scorso 28 agosto. La decisione si è resa necessaria in quanto l’alta corte del Regno Unito e quella scozzese avevano deciso sulla questione con esiti differenti.

In Scozia, nel luglio 2019 era stato avanzato un ricorso per sottoporre a revisione le decisioni del Governo relative alla possibilità di prorogare il Parlamento britannico. Sostenuta, in particolare, dalla portavoce del Dipartimento per la Giustizia e gli Affari Interni, Joanna Cherry, il ricorso era stato respinto in quanto la decisione del premier era stata ritenuta conforme alla legge. Tuttavia, in appello, la Inner House della Court of Session aveva ribaltato il giudizio di primo grado definendo la prorogation come illecita e posta in essere al solo scopo di ostacolare il Parlamento.

Nel Regno Unito, il parallelo ricorso era stato proposto da Gina Miller, l’attivista politica già in passato coinvolta nelle decisioni del Governo relative alla Brexit[1]. In quel caso, tuttavia, era stato respinto dalla High Court in quanto questione politica e dunque non di competenza degli organi giurisdizionali.

Confermando l’orientamento della Court of Session scozzese, anche la Corte Suprema dell’Inghilterra e del Galles si è oggi espressa contro la prorogation, dichiarandola all’unanimità nulla in quanto “had the effect of frustrating or preventing the ability of Parliament to carry out its constitutional functions without reasonable justification”.

Questa storica decisione della Corte Suprema su un “once in a generation case”, la prima nel suo genere, potrebbe comunque avere degli esiti non scontati. Prima che il verdetto venisse reso noto, infatti, il premier britannico non aveva escluso la possibilità di sospendere nuovamente il Parlamento anche qualora la Corte Suprema si fosse pronunciata in senso contrario[2]. Gli scenari costituzionali che ora si presentano sono assolutamente inediti.