Articolo pubblicato in Bugnion News n.37 (Dicembre 2019)

No, non si tratta dell’ennesima mostra museale con riproduzioni dei più celebri graffiti del famoso, quanto misterioso, street artist Banksy, ma dell’esposizione dei numerosi marchi figurativi registrati in Unione Europea, e non solo, dalla Pest Control Office Limited, la società londinese che opera dietro l’artista e che ne preserva l’anonimato. Sì, proprio colui che rinnegava il diritto d’autore dichiarando “copyright is for losers” e condannava la mercificazione delle opere d’arte, arrivando, un anno fa, a distruggere spettacolarmente la sua tela più famosa “Baloon Girl” nell’esatto momento in cui veniva battuta all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline; proprio lui, ha registrato i suoi disegni più noti come marchi commerciali, rivendicandone di fatto l’uso esclusivo per tutta una serie di prodotti di merchandising. Si tratta di una conversione recente dell’artista alla proprietà intellettuale? Di un cambiamento ideologico da fautore dell’arte patrimonio collettivo a sostenitore dell’arte patrimonio privato di chi la crea? In tanti lo hanno pensato quest’anno quando, per la prima volta, Banksy, tramite la Pest Control, ha adito il Tribunale di Milano per veder tutelati i propri diritti d’autore e i propri marchi contro il Sole 24 Ore Cultura S.r.l., organizzatore della mostra “The art of Banksy. A visual protest” al Mudec di Milano, mostra che non aveva incontrato il gradimento dello sfuggente artista inglese. Così non è per chi scrive. Non si tratta né di una conversione, né tantomeno di un dietrofront recente, ma di un modo anticonformista, brillante e provocatorio, quasi irriverente, di usare la proprietà intellettuale e sfruttarne la versatilità; alla Banksy insomma.

Banksy, o meglio la Pest Control, inizia infatti già nel 2007 a registrare come marchio lo pseudonimo BANKSY, dietro il quale si cela la vera identità dell’artista, e più avanti anche il marchio figurativo del suo celebre tag. Ma può il tag di un writer essere un marchio? È certo il segno distintivo dell’artista, la sua griffe, apposta come firma sulle sue opere per rivendicarne la paternità; ma laddove l’opera viene riprodotta per farne poster, magliette od oggetti per la casa di vario tipo, non diventa il tag anche un marchio? Perché no? Lo stesso Banksy deposita all’Ufficio marchi statunitense, come prove d’uso del suo tag in funzione di marchio, le confezioni dei suoi poster.

Ma continuiamo la nostra “mostra” ed ammiriamo le opere di Banksy, pardon, i suoi marchi registrati, addentrandoci per i corridoi del museo, pardon, nel database dell’EUIPO, l’Ufficio comunitario che gestisce i marchi dell’Unione Europea. Due tra le sue opere più famose e riprodotte sono state depositate come marchi fin dal 2014.

Entrambi riproducono celebri murales di Banksy realizzati con la tecnica stencil, che assicura rapidità di esecuzione agli street artist che disegnano illegalmente sui muri cittadini nel buio della notte. Il primo graffito è stato realizzato da Banksy nel 2003 sul muro di un edificio di Gerusalemme e rappresenta un combattente che lancia un mazzo di fiori al posto di una molotov. L’uomo è disegnato in bianco e nero, il mazzo di fiori, protagonista dell’opera e simbolo di pace, a colori. Il secondo graffito risale al 2002 e si trovava sulla facciata di un negozio di Londra prima della rimozione e della vendita all’asta. Anche in questo caso il focus è dato dal colore riservato al palloncino, simbolo di speranza. “There is always hope” aveva scritto Banksy accanto al graffito.

Nel 2018 Banksy aggiunge diversi altri graffiti ai suoi marchi registrati, prediligendo nella scelta alcuni dei suoi famosi “rats”.

Ma perché registrare le sue opere come marchi e non, più semplicemente, rivendicare il suo diritto d’autore contro lo sfruttamento economico illecito dei suoi graffiti? Non certo per coerenza con il suo manifesto ideologico “Copyright is for losers”, ma semplicemente perché il diritto d’autore, per essere azionato, ha bisogno di un autore appunto, dotato di nome e cognome, e Banksy non vuole avere un’identità anagrafica. Il marchio no, non necessita di outing.

E perché comunque registrare il suo nome e le sue opere come marchi, rivendicandone un uso esclusivo, se l’arte deve essere di tutti? Niente paura, nessuna conversione dell’anticapitalista Banksy alla proprietà intellettuale ma anzi, una riaffermazione del diritto dell’autore di impedire la mercificazione delle sue opere su tazze e magliette dei gift shop museali. E se per far questo servono registrazioni di marchi, ben vengano allora! Pare pensare Banksy. E il Tribunale di Milano nel caso Banksy (Pest Control) c. 24 Ore Cultura gli dà ragione, dichiarando illecito l’uso dei suoi disegni registrati come marchi, sui prodotti di merchandising venduti nel gift shop del Mudec.

È la proprietà intellettuale dunque che si piega all’ideologia di Banksy e non il contrario. La registrazione di marchio viene usata dall’artista non per acquisire un diritto esclusivo allo sfruttamento economico delle sue opere ma per impedire che terzi le sfruttino.

Resta però un solo grosso problema per Banksy, anzi due. Innanzitutto, i marchi non usati dal titolare possono essere dichiarati decaduti per non uso e alcuni paesi richiedono proprio il deposito delle prove d’uso a scadenze prestabilite. Se dunque Banksy non usa il proprio tag e i suoi disegni come marchi a fini commerciali, i suoi marchi registrati possono essere annullati. Per il momento la strategia adottata a livello comunitario pare essere quella del rideposito dei marchi ogni 5 anni per scongiurare il termine di non uso. Nel 2019 la Pest Control ha infatti ridepositato i suoi primi marchi del 2014. Ma si tratta solo di un palliativo.

In secondo luogo, le opere d’arte possono svolgere la funzione di un marchio? C’è chi lo sta mettendo in dubbio, in relazione ai lavori di Banksy. Lo scorso marzo è stato infatti avviato dalla società Full Color Black Limited un procedimento di nullità contro il marchio figurativo avente ad oggetto l’opera “Il lanciatore di fiori”, basato, da un lato, sulla non distintività del disegno, che si sostiene non possa svolgere la funzione di marchio e, dall’altro, sulla mala fede nel deposito da parte del suo autore, poiché lo stesso Banksy avrebbe rinunciato a rivendicare diritti esclusivi sulle sue opere e non starebbe registrando il marchio per contraddistinguere suoi prodotti commerciali ma solo per impedire a terzi tale uso. Inoltre, la registrazione del marchio sarebbe stata fatta al solo fine di eludere la normativa sul diritto d’autore che avrebbe svelato la sua identità. Farà scuola la decisione dell’EUIPO su entrambe le questioni.

In effetti, quando apposti su tazze, magliette, agende, ecc. i disegni di Banksy non sono forse veri e propri segni distintivi, che indicano l’origine imprenditoriale del prodotto, ma più elementi decorativi, estetici. Allora perché non registrare design al posto di marchi? Design che tra l’altro non decadono per non uso. E lo scaltro Banksy, dimostrando ancora una volta di saper piegare la PI ai suoi fini, lo scorso agosto ha registrato il suo primo design per tutelare uno dei suoi celebri cartelli stradali e ha fregato tutti un’altra volta, compresa la PI:

Ancora una volta, “chapeau” Mr. Banksy!