Le cessioni di acqua non minerale scontano l’aliquota agevolata IVA del 10% e non, invece, quella ordinaria del 22%. Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Provinciale di Bologna, con sentenza depositata il 4/11/2016, annullando l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate contestava ad una multinazionale leader nella vendita di acqua, destinata al consumo umano, a soggetti privati (principalmente aziende),  di aver applicato l’aliquota agevolata (ex n. 81, Tabella A, Parte III, allegata al D.P.R. 633/1972) in luogo di quella ordinaria.

Occorre premettere che le acque in commercio si distinguono, a seconda delle loro origini e caratteristiche, in acque minerali (la più pregiata), acque di sorgente e acque destinate al consumo umano. In passato, le cessioni di tali tipologie di acqua, indipendentemente quindi dalla tipologia, erano assoggettate all’aliquota agevolata del 10% in quanto ritenute tutte collocabili nell’ambito di applicazione del citato n.81. Successivamente, ed in particolare con il D.L. n. 261/1990, le cessioni di acqua minerale vennero escluse da tale ambito ed assoggettate al regime ordinario. Ne derivò, pertanto, un differente regime IVA applicabile in funzione del tipo di acqua ceduto ossia, il 22% per la cessione di acqua minerale, il 10% in tutti gli altri casi.

In questo scenario, l’Agenzia delle entrate aveva ritenuto di poter estendere in via interpretativa l’aliquota ordinaria alle cessioni di acqua non minerale, limitando l’aliquota agevolata al solo servizio di erogazione di acqua effettuato dai soggetti gestori della rete idrica pubblica (cfr. Risoluzione 11/E/2014). La posizione dell’Agenzia, immutata quantomeno sino oggi, si basa sull’assunto che il decreto emanato per la disciplina amministrativa del mercato delle acque minerali e sorgive (cfr. D.Lgs. 176/2011), avrebbe equiparato in termini economici le diverse tipologie di acqua in commercio, privando di ragionevolezza l’esistente differenziazione del trattamento IVA e giustificando l’agevolazione per il solo servizio pubblico. Inoltre, secondo l’Agenzia, tale interpretazione sarebbe l’unica rispettosa della normativa UE e tale da consentire l’agevolabilità del servizio pubblico.

Sulla base di tali presupposti l’Agenzia delle entrate fondava l’avviso di accertamento oggetto del contenzioso incardinato dalla società dinnanzi ai giudici tributari emiliani. La società ricorrente lamentava che l’interpretazione del fisco era contraria sia alla normativa UE sia a quella nazionale in materia di imposizione ai fini IVA delle acque in oggetto. In particolare, la ricorrente sosteneva che l’Agenzia non aveva affatto considerato che le cessioni di acqua rientravano tra le cessioni di beni alimentari (ex n. 1, Allegato III, Dir. 2006/112/CE) e pertanto che il comportamento contestato non ledeva alcuna norma di rango europeo. La ricorrente, inoltre, adduceva che l’assunto di equiparabilità economica su cui l’Agenzia fondava la propria pretesa impositiva era inapplicabile perché viziato da genericità, non giuridicità e antigiuridicità. Infine, la ricorrente eccepiva l’errata applicazione del D.Lgs. 176/2011 posto che questo ha ad oggetto acque (minerale e sorgiva) diverse da quelle commercializzate dalla ricorrente (acqua destinata al consumo umano).

Il collegio emiliano accoglieva in toto le domande della società ricorrente spiegando che l’interpretazione dell’Agenzia doveva essere rigettata perchè contraria al dettato normativo.

Sebbene si tratti di una isolata pronuncia di merito la sua portata non va sottovalutata. Per un verso, infatti, essa potrebbe avere effetti non solo (e non tanto) nei giudizi già instaurati quanto (e soprattutto) in quelli addivenire. Per altro verso, potrebbe suffragare eventuali richieste di rimborso dell’IVA pagata dai contribuenti in ossequio alla “erronea” interpretazione del fisco.