Con sentenza del 27 gennaio 2014, n. 1608, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di Bolzano (Sent. 12 novembre 2007, n. 6) che, accertata la lesione del diritto alla riservatezza dei dati personali concretizzatasi tramite la pubblicazione di alcuni articoli giornalistici, aveva accolto il ricorso ex art. 152 Codice della privacy proposto dalla protagonista della vicenda, in proprio e nella qualità di tutrice del figlio minore, condannando il giornalista e l’editore del quotidiano al risarcimento dei danni morali ed esistenziali patiti dai ricorrenti, liquidati in Euro 50.000,00 a favore del genitore ed Euro 10.000,0 a favore del minore, oltre spese di lite e pubblicazione di un estratto della sentenza.

All’origine della vertenza vi era stata la pubblicazione di un articolo giornalistico che, pur non indicando i nomi dei protagonisti della vicenda,  riportava una serie di particolari idonei a consentire l’immediata individuazione della donna e del figlio minore innescando, di conseguenza, la divulgazione di ulteriori notizie a tal punto da far diventare la vicenda un caso mediatico.

La Suprema Corte ha pertanto confermato il principio di diritto in forza del quale “l'individualità della persona offesa o di cui sono stati resi pubblici i dati sensibili non ne postula l'esplicita indicazione del nominativo, essendo sufficiente che essa possa venire individuata anche per esclusione in via deduttiva, tra una categoria di persone, a nulla rilevando che in concreto tale individuazione avvenga nell'ambito di un ristretto gruppo di persone” (cfr. anche Cass. Civ., sez. III, 6 agosto 2007, n. 17180).
Con tale pronuncia la Cassazione delimita dunque l’ambito di operatività della normativa della privacy in relazione al concetto di soggetto identificabile, precisando che la violazione dei diritti alla riservatezza dei dati personali si configura sia nel caso venga esplicitamente indicato il nome della persona offesa sia qualora l’individualità della persona offesa possa comunque ricavarsi per esclusione in via deduttiva.

Ne discende pertanto il chiaro intento del giudice di legittimità volto ad impedire eventuali elusioni della normativa in materia di riservatezza dei dati personali in quanto “negare l’applicazione della normativa citata alle ipotesi di persona immediatamente riconoscibile pur in assenza della indicazione delle generalità, equivale a negare concreta efficacia alla normativa stessa e a renderla agevolmente aggirabile”.

L’intervento della Cassazione è di interesse anche in relazione all’ultimo inciso del suddetto principio di diritto in base al quale a nulla rileva che in concreto l’individuazione della persona offesa avvenga nell'ambito di un ristretto gruppo di persone (il che, in via analogica, potrebbe riferirsi anche a siti internet, banche dati on line, il cui accesso è dunque limitato ad un ristretto numero di soggetti), con i già citati riflessi sull’entità del risarcimento da liquidarsi  in favore del danneggiato.