Il 16 novembre 2017 il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha dato il via libera all’avvio dei negoziati per la riforma del Regolamento di Dublino, ossia il Regolamento n. 604 del 2013 “che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione)”. L’intesa è stata raggiunta con 390 voti favorevoli, 175 contrari e 44 astenuti. 

La votazione sul mandato negoziale è stata inserita all’ordine del giorno dopo che 88 deputati, prima della mezzanotte di martedì 14, hanno formulato la richiesta a norma dall'articolo 69 quater del regolamento del Parlamento europeo. 

Invero, il 19 ottobre 2017 la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) aveva deciso di avviare i negoziati in seno al Consiglio dell’Unione Europea, approvando con 43 voti favorevoli e 16 contrari, il progetto di relazione presentato da Cecilia Wikström (ALDE, SE) per riformare il Regolamento di Dublino, pilastro del sistema comune europeo di asilo. 

L’articolo 80 del TFUE stabilisce che le politiche dell'Unione relative ai controlli alle frontiere, all'asilo e all'immigrazione – e la loro attuazione – “sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario”. Come noto, tuttavia, il Regolamento di Dublino è risultato del tutto inadeguato, in quanto non ha garantito un’equa e solidale ripartizione delle responsabilità tra gli Stati Membri. In effetti, la falla del sistema previsto dal Regolamento in vigore, che ha condotto alla distribuzione sproporzionata dei flussi migratori all’interno del territorio dell’Unione, si rinviene nel criterio di determinazione dello Stato Membro competente per l’esame della richiesta di asilo. L’attuale regime, infatti, individua nel paese di primo arrivo lo Stato generalmente responsabile per i richiedenti asilo, penalizzando, di fatto, gli Stati Membri maggiormente esposti geograficamente al fenomeno migratorio. 

Mentre il sistema istituito con il Regolamento di Dublino si è fin da subito mostrato incapace di fronteggiare la drammatica “crisi migratoria”, la risposta delle Istituzioni dell’Unione è tardata ad arrivare.

La proposta per la riforma del Regolamento di Dublino si pone quale principale obiettivo l’introduzione di un sistema di ripartizione proporzionato dei flussi migratori nel rispetto del principio di solidarietà e equa distribuzione delle responsabilità tra gli Stati Membri. In particolare, il progetto di relazione approvato dalla Commissione LIBE prevede:

  • un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento in virtù del quale i richiedenti asilo, in mancanza di “legami genuini” (famiglia, precedenti studi o residenza) con uno specifico Stato Membro, saranno assegnati mediante un sistema fisso di distribuzione – che tiene conto di fattori quali il PIL e la grandezza della popolazione - al paese capace di accogliere, in quel momento, le richieste di asilo, al fine di garantire equa e solidale cooperazione tra gli Stati Membri. Di conseguenza, lo Stato Membro responsabile per il richiedente asilo sarà il paese ricevente e non più il primo paese di arrivo;
  • una responsabilità comunque a carico dei paesi di primo arrivo ai fini della registrazione e dei preliminari controlli di sicurezza nonché, sebbene a spese dell’Unione, delle domande di asilo con scarse probabilità di accoglimento;
  • l’introduzione di un innovativo sistema sanzionatorio, che consiste nella limitazione dell’accesso ai fondi europei per gli Stati Membri che si rifiutino di ricollocare i richiedenti asilo nonché l’interruzione del meccanismo di ricollocamento per i paesi di primo ingresso che si rifiutino di effettuare la registrazione e i controlli di sicurezza all’arrivo;
  • una responsabilità della durata di cinque anni a carico dello Stato Membro che decide di accordare protezione internazionale al richiedente, il quale, a sua volta, per conservare lo status di rifugiato, dovrà restare nel territorio dello Stato Membro responsabile per cinque anni, decorsi i quali potrà richiedere il permesso di soggiorno permanente;
  • l’introduzione di procedure più semplici e veloci, un meccanismo di riunificazione familiare più snello, il sistema di ricollocamento basato sulle preferenze dei richiedenti, incentivi, la possibilità di ricollocamenti di gruppo e garanzie per i minori. In tal modo, il progetto di relazione approvato dalla Commissione LIBE si propone di bilanciare l’interesse ad una politica di asilo europea più severa con i bisogni e i diritti dei richiedenti asilo nonché di scoraggiare gli abusi e di prevenire i movimenti secondari.

Il tentativo di riforma rappresenta un passo in avanti importante per il futuro dell’Unione, ma è ancora presto per formulare un giudizio definitivo in merito a un procedimento normativo non ancora concluso. Infatti, la recente approvazione del progetto di riforma e la formale conferma del mandato negoziale da parte del Parlamento europeo in seduta plenaria si inseriscono in una fase interlocutoria di un iter legislativo lungo e complesso. In realtà, le difficoltà maggiori riguardano l’approvazione della riforma da parte del Consiglio, il quale rappresenta gli interessi degli Stati membri, che finora hanno manifestato posizioni diverse tra loro e comunque distanti da quelle espresse dalla Commissione LIBE.