La decisione dell’Antitrust brasiliano (Cade) di imporre a Telecom Italia la cessione di Tim Brasil per tutela del corretto gioco concorrenziale, vista la partecipazione di Telefonica in Telco ed il controllo esercitato dall’operatore spagnolo in Telecom Italia, ha un sapore alquanto amaro. Volendo azzardare un paragone calcistico, sembra una di quelle sconfitte che lasciano il segno per sempre, una nemesi da tracollo inevitabile: tipo Italia – Corea del Nord, mondiali 1966.

Innanzitutto, è uno schiaffo al perfetto immobilismo nazionale. Alla sciatta miopia con la quale si osserva il futuro delle comunicazioni in Italia.

Fino all’altro ieri, i vertici di Telecom Italia si sono sperticati nel dirci che l’operatore spagnolo concorrente non esercita alcun tipo di controllo sull’azienda, che le due società sono del tutto distinte e separate, che le stesse godono di totale autonomia reciproca (forse sfugge il ruolo di primazia vantato soltanto da una sola, ma glissons…), che le vicende dell’una non riverberano alcun effetto sull’altra, ecc. ecc.

Si parlava, in quella sede, del tema dello scorporo della rete, poi messo nel dimenticatoio ed in ghiacciaia ed offerto all’ara piuttosto nutrita del nulla facere nostrano. L’Antitrust brasiliano, infischiandosene dei verba voltant nazionali e dei bizantinismi oscuri che tanta parte occupano nei nostri talk show serali (quando poi mi capita di pensare allo strano parallelismo che esiste tra il telecomando che tengo in mano ed il parlare a pappagallo e con la metrica da spot di telegiornale dei “campioni” nazionali, dove i vertici non sono che figli dello spoil system, logica che con ogni probabilità il Brasile neanche conosce) papale papale attesta proprio il contrario.

Numeri alla mano, Telefonica esercita un controllo su Telecom Italia, e quell’influenza ha una sua rilevanza nel mercato prospettico locale. Per giustificare l’obbligo di dismissione, l’Antitrust brasiliano avrà per certo dovuto analizzare i trend di mercato, le politiche di sviluppo e commerciali di settore, gli investimenti prospettici anche nel quadro della convergenza, sondare il test del consumatore medio abituale, ecc. Tutte cose che viceversa i nostri paladini nazionali, dall’Antitrust sino ad arrivare all’Agcom passando per l’onorevole Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, prolifico ed ex Antitrust, evidentemente non hanno ritenuto opportuno fare. Bastano le battute serali, a casa nostra. Ma per logica, l’influenza di cui si parla in Brasile ha un suo valore d’analisi anche per l’Italia, se è vero com’è vero che la logica nasce dai numeri, da Pitagora in poi.

Con il che un’altra partecipazione fondamentale di Telecom Italia prenderà il volo, dopo i grandi successi delle cessioni “overnight” di Telecom Argentina, fatte a passo di tango. E la dismissione di Tim Brasil determinerà una immediata perdita secca aziendale, dovendosi fare, tale cura da cavallo, in fretta e furia e senza alcun respiro strategico, alla mercé dei migliori offerenti di mercato (Telefonica, siamo pronti a giurarlo).

E la rete nazionale? Con quali mezzi, semmai lo farà, Telecom Italia investirà nel broadband nazionale? Verrebbe infatti da chiedersi in che modo gli azionisti italiani della scatola sempre più vuota Telecom Italia verranno indennizzati dalla spoliazione massiva di questi anni; ma non c’è tempo. Il vero cruccio è sapere chi, tra gli operatori di comunicazioni sbrindellati ormai rimasti in campo, senza cassa e alla mercé di banche (azionisti di riferimento del “nucleo stabile” Telecom Italia, pensa un po’…) potrà mai partecipare al piano della digitalizzazione italiana, quando il progetto Caio vedrà forse la luce.

Non sarebbe il caso di esercitare la golden share, presente nello Statuto di Telecom Italia? Quei poteri speciali del Governo non stavano lì per prendere decisioni “strategiche di interesse nazionale”? Lo scorporo della rete può farsi anche con una semplice delibera assembleare. Per creare l’Open Reach italiano, basta uno scorporo.

Oppure bisogna aspettare che ci pensino gli azionisti (todos caballeros…)? E perché dovrebbero?

Mi ricordo, anni fa, l’esperimento di Occhetto. Quando fece il “Governo-ombra”, per scimmiottare gli inglesi. Ora non serve. C’è il Governo virtuale.