L'Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM o l’Autorità), con una nota pubblicata sul proprio sito il 28 ottobre 2010, ha comunicato di aver avviato due procedimenti istruttori nei confronti di WhatsApp Inc., per presunte violazioni del Codice del Consumo. In particolare:

(i)     il primo procedimento (relativamente al quale il provvedimento di avvio non è stato ancora reso pubblico) mira ad accertare se gli utenti siano stati di fatto costretti, o comunque indebitamente spinti, ad accettare integralmente i nuovi termini contrattuali, in particolare la condivisione dei propri dati personali con Facebook (da cui WhatsApp, come è noto, è stata acquistata nel 2014). In particolare, secondo l’ipotesi accusatoria indicata nella nota dell’Autorità, è possibile che WhatsApp abbia fatto “…credere, con un messaggio visibile all’apertura dell’applicazione, che sarebbe stato, altrimenti, impossibile proseguire nell’uso dell’applicazione medesima. L’effetto di condizionamento sarebbe stato, peraltro, rafforzato dalla prespuntatura apposta sull’opzione “Facebook” in una schermata di secondo livello alla quale l’utente accedeva, dal messaggio principale, tramite apposito link..”.

Tale istruttoria è stata quindi avviata, per quanto si può comprendere in questa fase, sulla base delle prescrizioni che vietano pratiche commerciali scorrette da parte delle imprese nei confronti dei consumatori, ossia condotte ingannevoli o aggressive idonee a falsare il comportamento economico delle “vittime”. Recentemente, a fine settembre, già il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’indagine sulla condivisione di informazioni con Facebook, in relazione a possibili violazione della normativa in materia di privacy.

(ii)     Il secondo procedimento, a sua volta, è diretto ad accertare la vessatorietà di alcune clausole inserite nei “Termini di utilizzo” di WhatsApp riguardanti, in particolare, la facoltà di modifiche unilaterali del contratto da parte della società, il diritto di recesso stabilito unicamente per il professionista, le esclusioni e le limitazioni di responsabilità a suo favore, le interruzioni ingiustificate del servizio, la scelta del foro competente sulle controversie. Come noto, le clausole vessatorie sono patti che, “….malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto” (art. 33 del Codice del Consumo, il quale prevede altresì due liste di fattispecie che rispettivamente si presumono ovvero sono in ogni caso vessatorie). In aggiunta alla tutela dinanzi al giudice civile (che comunque resta competente in materia di invalidità e risarcimento del danno), nel 2012 è stata introdotta una tutela amministrativa avverso siffatte clausole, affidata appunto all’AGCM, la quale può dichiarare (e rendere pubblica) la vessatorietà di queste pattuizioni (anche su interpello dell’impresa), ed eventualmente irrogare sanzioni in caso di inottemperanza.

Nel contesto di questo procedimento sulla possibile vessatorietà delle clausole adottate da WhatsApp, l’AGCM ha avviato una consultazione pubblica, che prevede un termine perentorio di trenta giorni entro cui i soggetti interessati possono inviare i propri contributi attraverso la casella di posta elettronica dedicata CV154@agcm.it, indicando la loro qualificazione e l’interesse a partecipare alla consultazione. Come ricordato dall’AGCM, i commenti ricevuti non saranno oggetto di pubblicazione.