Il Tribunale dell’UE (Tribunale), con sentenza dell’8 settembre ha affermato che le registrazioni di conversazioni telefoniche private effettuate segretamente da un partecipante possono legittimamente essere utilizzate dalla Commissione europea (Commissione) per formare la base del proprio impianto probatorio per la dimostrazione dell’esistenza di un presunto cartello. Così facendo, il Tribunale sembra dunque aver espanso il range di mezzi di prova utilizzabili dalla Commissione.

Ripercorrendo i fatti rilevanti, in seguito a una domanda di immunità presentata dall’operatore Klaas Puul, attivo nel mercato dei gamberetti del Mare del Nord, la Commissione aveva effettuato ispezioni in più locali commerciali e abitazioni private dei partecipanti a una presunta intesa in Belgio, Danimarca, Germania e nei Paesi Bassi, avente ad oggetto la ripartizione del mercato e l’assegnazione dei clienti, nonché il coordinamento dei prezzi di vendita ai rivenditori e i prezzi di acquisto dai pescatori. In tal sede erano state raccolte anche alcune registrazioni effettuate da alcuni membri del cartello e relative a conversazioni telefoniche private tra i partecipanti al medesimo, nonché alcuni appunti sul contenuto delle medesime conversazioni. La Commissione, durante lo svolgimento del procedimento aveva offerto ai consulenti esterni dei destinatari della comunicazione degli addebiti la possibilità di ascoltare tali registrazioni audio, nonché di esaminare gli appunti sopra menzionati. Nel 2013, i soggetti coinvolti, tra cui la società Heiploeg, erano stati sanzionati dalla Commissione per circa 28 milioni di euro, salvo la società Klaas Puul, che aveva ottenuto l’immunità.

Heiploeg aveva dunque proposto ricorso avverso la decisione della Commissione ritenendo che (i) le registrazioni delle conversazioni telefoniche private effettuate in segreto dall’amministratore delegato di un altro partecipante all’asserito cartello, e sequestrate dalla Commissione durante l’ispezione, non fossero utilizzabili come elementi di prova in quanto, a norma delle leggi di alcuni Stati, è vietato registrare segretamente le conversazioni telefoniche e metterle a disposizione di terzi; (ii) gli appunti aventi ad oggetto le stesse conversazioni non fossero parimenti utilizzabili nella misura in cui riportavano solo opinioni soggettive dell’autore.

Il Tribunale ha ritenuto che, anche se le registrazioni audio in oggetto fossero state effettuate in violazione del diritto nazionale, ciò non significherebbe necessariamente che la Commissione non potrebbe utilizzarle come legittimo elemento di prova. Infatti, nel parere (a dire il vero poco convincente) del Tribunale, il principio vigente nel diritto dell’UE sarebbe quello della libera produzione delle prove e il solo criterio rilevante per la loro valutazione risiederebbe nella loro credibilità. Il Tribunale ha inoltre sottolineato che l’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) non imporrebbe alla Commissione di rigettare gli elementi di prova ottenuti dalle parti in modo illegittimo, qualora il procedimento nel suo insieme si sia svolto in modo equo, ossia dando al convenuto la possibilità di contestare l’autenticità e l’utilizzo degli elementi di prova. Pertanto, nella misura in cui la società Heiploeg aveva avuto l’opportunità di contestare l’autenticità e l’uso delle registrazioni audio, l’utilizzo di registrazioni eventualmente ottenute in modo illegale non rimetteva in discussione di per sé l’equità della procedura e la Commissione era quindi libera di utilizzarle.

Inoltre, sul valore probatorio degli appunti aventi ad oggetto il contenuto delle registrazioni audio, il Tribunale ha ritenuto che dovessero considerarsi prove credibili nella misura in cui la Commissione, conscia del fatto che non si trattasse di trascrizioni delle conversazioni, aveva verificato il loro contenuto confrontandole sia con le registrazioni audio, sia con altri documenti acquisiti. Inoltre, sia le registrazioni che gli appunti non erano stati l’unico elemento su cui si era basata la ricostruzione della Commissione. Pertanto, sarebbe stato onere della ricorrente fornire una spiegazione alternativa del loro contenuto o dimostrare l’insufficienza delle prove acquisite dalla Commissione, cosa che Heiploeg aveva mancato di fare.

Un chiaro campanello di allarme per le imprese: neanche le registrazioni di conversazioni private effettuate senza il consenso degli altri partecipanti e sequestrate dalla Commissione durante le ispezioni presso le imprese indagate potranno essere sottratte all’impianto probatorio della Commissione.

Ancora una volta viene ribadito che il livello di garanzie procedimentali e l’ampiezza del diritto di difesa nell’ambito dei procedimenti antitrust risulta materialmente inferiore a quello disponibile nel contesto del processo penale: questo scenario deve essere tenuto in debita considerazione ogni qualvolta viene in discussione l’opportunità di modificare la disciplina in materia di intese restrittive nel senso di renderle assoggettabili al diritto penale a fini di deterrenza.