La Corte di Cassazione, in una recente sentenza (Cass. civ., sez. I, 15/04/2016 n. 7587, disponibile qui) ha ribadito quello che sembra ormai da considerare un principio di diritto in tema di revoca delle deleghe agli amministratori da parte del consiglio di amministrazione, anche se non unanimemente condiviso dalle corti di merito.

La Corte, infatti, ha accolto il ricorso promosso avverso la sentenza della Corte d’Appello di Brescia – che aveva a sua volta rovesciato la decisione del giudice di prime cure (il Tribunale di Bergamo) – ritenendola non conforme al principio di diritto secondo cui “in tema di società di capitali, la revoca della delega all’amministratore delegato, decisa dal consiglio di amministrazione, deve essere assistita da «giusta causa», anche in applicazione analogica dell’art. 2383, terzo comma, cod. civ., sussistendo, in caso contrario, il diritto del revocato al risarcimento dei danni eventualmente patiti”.

Per i giudici di legittimità, quindi, nel silenzio dell’art. 2381 c.c. sulla revoca delle deleghe, la norma di riferimento resta l’art. 2383, terzo comma, c.c., che si occupa della revoca degli amministratori da parte dell’assemblea dei soci, che è sempre possibile fatto salvo il diritto dell’amministratore al risarcimento del danno qualora la revoca avvenga senza giusta causa. Tale norma affermerebbe il principio dell’esistenza non tanto di un potere illimitato dell’assemblea, quanto piuttosto di una facoltà discrezionale e controllata che è limitata “solo in considerazione del rispetto della posizione sociale ed economica dell’amministratore” revocato.

Secondo la Corte ciò esclude che possa esserci differenza tra la revoca dell’amministratore da parte dell’assemblea e la revoca delle deleghe da parte del consiglio di amministrazione, soprattutto quando queste comportino “un’attività amministrativa a termine, impegnativa e remunerata, suscettibile di valutazioni e considerazioni professionali in un ambito riconducibile al mercato dei manager”, dovendosi considerare in entrambi i casi il sacrificio della propria posizione imposto a chi riveste la carica in ragione dell’atto di revoca.

Viene, quindi, censurato il convincimento della corte territoriale che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno dell’amministratore le cui deleghe erano state revocate – omettendo, quindi, qualsiasi esame relativo alla sussistenza in concreto della giusta causa – sulla base del fatto che il potere fiduciario che unisce il consiglio di amministrazione al singolo amministratore sarebbe tale da giustificare anche quello di revocare le deleghe allo stesso attribuite in qualsiasi momento, senza che ne scaturiscano pretese al risarcimento qualora la revoca non sia sorretta da giusta causa.

Tale orientamento è comunque ancora presente nella giurisprudenza di merito, che più volte ha stabilito che tra la fattispecie in cui venga revocato un componente del consiglio di amministrazione e quella in cui venga disposta anzi tempo la revoca delle deleghe operative ad uno degli amministratori “intercorre una assoluta differenza di oggetto, natura e regime giuridico”, in quanto nel primo caso il consigliere è revocato con deliberazione dell’assemblea a ciò deputata, e l’eventuale decisione senza giusta causa espone la società alla richiesta di liquidazione del danno patrimoniale subito dall’amministratore ingiustamente revocato secondo l’espresso dettato dell’art. 2383, terzo comma, c.c. Nella seconda ipotesi, invece, disciplinata dalle norme di cui all’art. 2381 c.c., così come il consiglio di amministrazione è sovrano nel determinare il contenuto, i limiti e le modalità di esercizio delle deleghe operative, esso è del pari titolare del potere di liberamente revocarle[1]. Della stessa opinione chi individua la natura della delega ad un’autorizzazione ad esercitare da solo i poteri di amministrazione già spettanti all’ente collegale, riconducendo la revoca ad un atto di organizzazione insindacabile esercitabile ad nutum e senza preavviso per cui è esclusa l’applicazione analogica dell’art. 2383, terzo comma, c.c. in quanto all’amministratore non viene revocata “la facoltà di amministrare[2].

La Corte di legittimità, invece, ha in sostanza confermato l’orientamento preferito dalla dottrina (ma anche da alcuni giudici di merito[3]), invitando la Corte d’Appello di Brescia ad un nuovo esame della questione che tenga conto del principio di diritto enunciato, valutando, quindi, la sussistenza o meno della giusta causa della revoca delle deleghe all’amministratore al fine dell’eventuale riconoscimento a suo favore del diritto al risarcimento del danno, in applicazione analogica dell’art. 2383, terzo comma, c.c.